Disabilità sensoriali

L’orecchio bionico di Colletti arriva negli Stati Uniti. Via libera alla sperimentazione

Una tecnica nata, ideata e sviluppata a Verona, che ora ottiene il «brevetto sanitario» americano. In un’era di «fuga dei cervelli», il miracolo è riuscito a Vittorio Colletti, direttore dell’Otorinolaringoiatria al Policlinico di Borgo Roma

il professore, del resto l’aveva annunciato quasi un anno e mezzo fa quando venne operato con la sua tecnica – davanti ad una platea di chirurghi provenienti da tutto il mondo – un bambino di quattro anni. Ora il via libera è arrivato: l’intervento sui piccoli pazienti nati sordi si potrà fare anche negli Stati Uniti, grazie all’approvazione della Food and Drugs Administration, l’ente che regola ogni procedura sanitaria oltreoceano.

Il metodo Colletti è noto come «orecchio bionico»: il primo tentativo risale a 13 anni fa, sempre con un bambino di quattro anni. Per le prime sperimentazioni americane sarà, almeno in parte, rivisto: l’obiettivo è quello di renderlo ancora meno invasivo, miniaturizzando la strumentazione chirurgica e riducendo il trauma e la permanenza in ospedale. La tecnica di Colletti è un impianto «troncoencefalico» che avviene, cioè, direttamente nel cervello. Si tratta dell’unico metodo in grado di dare l’udito ai bambini nati in determinate condizioni di sordità grave (circa il 15% di chi soffre di tale problema), ovvero quanti nascono senza chiocciola o nervo acustico. «In questo caso – spiega Colletti – non si può intervenire con il «classico» impianto cocleare. In particolare se manca il nervo acustico. In questa condizione, l’apparato uditivo c’è e funziona, ma non è collegato al cervello. È come un telefono di vecchia generazione senza fili che lo connetta alla centrale».

Per risolvere queste malformazioni, il chirurgo veronese posiziona degli elettrodi in grado di bypassare la lesione. Un’operazione che per la sua delicatezza veniva, prima che ci pensasse Colletti, eseguita solo negli adulti. «Si interviene – spiega – su aree delicatissime, i centri vitali che regolano il respiro, la frequenza cardiaca, la deglutizione: non sono ammessi errori, non ci si può spostare nemmeno di pochi millimetri. Ecco perché risulta fondamentale la fase diagnostica. Inoltre una volta inseriti gli elettrodi vanno fatte una serie di verifiche elettrofisiologiche per capire se la posizione sia corretta per stimolare le vie uditive e per non interferire su altre funzioni».

Sotto i «ferri» di Colletti sono finiti, operati con questa tecnica, 77 bambini, in gran parte provenienti dall’estero. Il paziente più piccolo è stato, nel 2008, un bambino cinese di 9 mesi. «È fondamentale – commenta – intervenire precocemente, se possibile prima dei tre anni. Nelle fasi successive di sviluppo, infatti, la mancanza di udito crea fenomeni degenerativi che ostacolano il successo dell’intervento.

Diversa la situazione dei bambini che hanno una lesione legata ad un trauma e che prima sentivano. In questi casi si può operare anche in età successi ve». La fase più emozionante, raccontano Colletti e i membri della sua équipe, è subito dopo il risveglio dall’anestesia, quando il bambino, per la prima volta in vita sua, sente la musica. Per lui si tratta di un mondo tutto nuovo. Questa nuova capacità gli consentirà di imparare a parlare e interagire con gli altri, come i suoi coetanei. Qualcosa che, senza il coraggio di un chirurgo, gli sarebbe stato precluso.

 

Fonte: corrieredelveneto.corriere.it

(c.p.)

  • martedì, 18 Giugno 2013