Il divario di genere è un problema serio in gran parte del mondo e lo è anche nel nostro Paese. Lo dice il World Economic Forum nel suo ultimo rapporto sul Global Gender Gap. Ce lo dicono gli indicatori rilevati dalle Agenzie dell’Onu e dalla Commissione Europea, per quanto di natura diversa e spesso non convergenti tra loro. Secondo i dati del Wef ci vorranno 100 anni per suturare il gap di genere se si continua con questo ritmo, e addirittura 217 a livello economico. 

L’Italia secondo il Wef crolla in classifica di ben 32 posizioni passando all’82mo posto su 144 Paesi. E pensate che siamo dietro a Paesi come Burundi, Bolivia, Mozambico, Kazakhstan, Mongolia, Uruguay, Uganda, Perù e potrei continuare per molto.  

Vi chiederete come sia possibile. Questo indice misura quanta differenza c’è tra uomini e donne in 4 aree fondamentali come economia, politica, salute, formazione. Ciò significa che non importa che le condizioni di salute o del lavoro siano buone o cattive, migliori o peggiori, ma solo se le differenze sono elevate tra uomini e donne e se sono migliorate o peggiorate. Per questo, Paesi come quelli che ho citato, si trovano in una posizione superiore alla nostra in graduatoria: magari presentano peggiori condizioni di salute di maschi e femmine, ma non grandi differenze tra i due sessi. 

Il Global Gender Gap Index è stato introdotto nel 2006 e fornisce un quadro dei divari di genere in tutto il mondo. Il Report evidenzia anche una classifica dei Paesi, permettendo un confronto anche tra Regioni e gruppi di reddito. Se analizziamo la graduatoria mondiale, al primo posto si colloca l’Islanda, che detiene il primato da 9 anni, seguono in gran parte Paesi Nordici. In particolare Norvegia e Finlandia. Se questi sono i primi 3 posti nella classifica mondiale, interessante è vedere come si collocano i paesi del G7. La Francia eccelle, ponendosi all’11 posto, seguita dalla Germania, UK, Canada, Usa e, penultima, prima del Giappone, l’Italia. 

Ma in quali aree secondo il Global Gender Index l’Italia sta peggio? Nella salute e nella situazione economica. In quest’ultimo caso l’Italia è al 118° posto! Contribuiscono al dato sia la partecipazione bassa al lavoro delle donne che i livelli salariali percepiti, molto più bassi di quelli maschili. Inutile dirlo, lo abbiamo testimoniato dalle pagine di questo giornale, giorno dopo giorno, la questione di genere deve diventare una priorità di questo Paese. Deve rientrare prepotentemente nell’agenda politica dei partiti, proprio ora che siamo vicini alle elezioni. E guardate che non serve più la politica dei piccoli passi.  

Ci vuole una vera e propria «spallata». Qualche anno fa fu elevata l’età pensionabile delle donne e si liberò un «tesoretto». Emma Bonino propose di utilizzare tutto il danaro risparmiato per pensioni non pagate alle donne che si trattenevano sul lavoro, in servizi, politiche di conciliazione, politiche sociali volte a intaccare fortemente il carico di lavoro familiare sulle spalle delle donne che limita ingresso, permanenza, e possibilità di carriera. Il «tesoretto» si liberò, ma andò a finire nel calderone e le donne non videro nulla. Bisogna trovare un altro tesoretto. Sì, un tesoretto, perché non servono più i piccoli passi, ormai il problema è diventato strutturale, lo abbiamo fatto diventare tale. Le donne non possono essere più il pilastro del nostro sistema di welfare. Non possono più farcela. Lo dicono i numeri drammaticamente. Non possono sostituirsi come prima all’attività dei servizi sociali e sanitari. Non ne hanno più il tempo. Vogliono lavorare, vogliono realizzarsi su tutti i piani. Vogliono avere i figli che oggi non riescono ad avere, ma che desiderano. Vogliono anche valorizzarsi sul lavoro. E se la politica non riuscirà a capire che questa è una priorità essenziale per il rilancio del nostro Paese, si allontanerà sempre più inesorabilmente dai bisogni delle donne e del Paese. Capisco che è difficile, ma perlomeno poniamoci il problema in termini strategici. Mettiamoci a tavolino per valutare quanto serve, in quanto tempo, per fare che e per raggiungere quali obiettivi. La catena di solidarietà femminile che ha permesso alle donne di aiutarsi a vicenda, madri e figlie, per andare avanti in assenza di politiche di conciliazione adeguate, e sociali, che in altri Paesi sono state messe in atto, si è incrinata. Sempre meno donne devono farsi carico della cura di un numero crescente di persone bisognose siano esse anziani o bambini. Mettiamoci in testa una volta per tutte che non possono farcela. Prima erano solo le mamme acrobate, ora anche le nonne, che lavorano fino ad età più avanzata, si devono fare carico dei loro nipoti e poi se non bastasse anche dei genitori e suoceri anziani non autosufficienti. E’ arrivata l’ora di affrontare alla radice il problema.  

Fonte: lastampa.it