«Mamma, ma perché nessuna donna beve il vino?». Domanda di Mauro, 8 anni, rientrando da un pranzo fuori,

la domenica pomeriggio, mentre io guido l’auto «del papà».

Prima riflessione, a caldo: «Mauro, il fatto che tua mamma faccia o non faccia una cosa non significa che il resto dell’universo femminile faccia o non faccia quella cosa». E qui chiamiamo in causa la logica: a otto anni, ma forse anche più tardi, le generalizzazioni diventano uno strumento per dipingersi il mondo circostante. Ecco, quindi, che papà e mamma non sono semplicemente il papà e la mamma di Mauro, ma rappresentano tutti i papà e tutte le mamme, ovvero tutti gli uomini e tutte le donne. Eppure, matematicamente parlando, questo ragionamento, per quanto affascinante, non funziona. A scuola, quando faccio esercizi di matematica con i miei alunni, mi scontro spesso con questo errore, giustificato solo dal fatto che ci illudiamo di renderci facile la strada dell’apprendimento costruendo schemi e analogie. Quando, però, mi scontro con lo stesso errore nei ragionamenti della vita di tutti i giorni, mi rendo conto di come spesso questa falla nella logica ci spinga a fare induzioni che non hanno alcun valore. Per abbattere gli stereotipi, è necessario partire da questo: le false generalizzazioni. 

Seconda riflessione: in quanto immagine di tutte le altre donne del pianeta, sento di avere una grande responsabilità nei confronti di mio figlio. A questa età comincia a crearsi delle immagini del mondo circostante e sono consapevole che, al di là di quello che dico, ciò che conta davvero, ciò che lascerà realmente il segno, è ciò che io faccio. Se dico che uomini e donne hanno lo stesso potere decisionale e poi lascio tutte le decisioni in mano a mio marito, il mio messaggio è contraddittorio. Se dico che uomini e donne devono avere le stesse opportunità e poi mi comporto come se mio marito fosse migliore di me in quanto uomo, convinco mio figlio che lui è migliore della sorella in quanto maschio. Ciò che diciamo passa in secondo piano rispetto a ciò che facciamo e ciò che facciamo conta poco rispetto a ciò che siamo. In altre parole, se voglio che mio figlio cresca senza stereotipi di genere, devo fare in modo di non portarmi dentro quegli stessi stereotipi, perciò ogni volta che mi sento in qualche modo condizionata da uno stereotipo, di qualunque tipo, il mio primo dovere è lavorare su me stessa, cambiare la mia visione delle cose e agire di conseguenza.  

Non voglio passare a mio figlio il messaggio che uomini e donne siano uguali, perché non siamo uguali, siamo diversi, tanto quanto sono diverse, in generale, due persone qualsiasi. Non si tratta solo di genere, o di estrazione sociale: le differenze si manifestano a più livelli, perché siamo persone diverse, con caratteri a volte contrastanti, idee differenti… Io e mio marito non potremmo essere più diversi, ma viviamo queste nostre differenze come un punto di forza. Ed è proprio questo il messaggio che vorrei che restasse ai miei figli, maschio e femmina, diversi e unici: tutti noi siamo unici, ed è proprio questa singolarità che ci permette di crescere e arricchirci. Non è solo un modo di dire il mio: le differenze con mio marito possono essere una fatica nella quotidianità, ma sono anche un punto di forza, perché nel confronto continuo cresciamo entrambi, diventiamo più consapevoli e, al tempo stesso, esattamente come succede con l’acqua che scava lentamente la roccia, ci modelliamo a vicenda. È un modo per crescere e cambiare, per avvicinarsi, per avere una visione diversa e più ricca della realtà.

Fonte: 27esimaora.corriere.it