Aggiornata al 4 Novembre, 2011
Già da qualche anno il Nucleo di Prossimità collabora a stretto contatto con il Tribunale per i Minorenni di Torino, espletando deleghe di attività di indagine inerenti reati compiuti, prevalentemente in ambito scolastico, da minori infraquattordicenni. Tale collaborazione si è successivamente estesa ai minori degli anni diciotto e ha dato origine a varie “attività di iniziativa” dovute a segnalazioni che, a poco a poco, provenivano dalle scuole stesse in cui si era già svolta un’ attività investigativa.
A perfezionamento della proficua collaborazione nel marzo 2011 è stato stipulato un Protocollo d’intesa tra la Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni del Piemonte e della Valle D’Aosta e la Polizia Municipale di Torino che ha ratificato gli ambiti e le modalità di cooperazione tra le due istituzioni.
Il metodo
La strategia è quella di mettere il più possibile a loro agio i ragazzi in un contesto a loro abituale quale la propria classe od un gruppo di coetanei solidali ma, più che altro nei confronti della Polizia Municipale.
Coerentemente con questo modo di porsi è stata ideata, progettata, sperimentata una metodologia di lavoro finalizzata da un canto all'acquisizione di informazioni utili/necessarie su un caso specifico nel quale è coinvolto un minore sia come vittima diretta di una violenza di qualsiasi genere, sia come vittima indiretta (ad esempio violenze in ambito familiare) oppure come responsabile attivo di atti di prevaricazione o di altro tipo, nonché la ricostruzione del tessuto collettivo di un gruppo-classe dove si siano verificate le stesse criticità.
Secondo questi presupposti…..
Prima di tutto la verifica puntuale da cosa scaturisce il caso o la delega.
Di volta in volta si costituisce un tavolo di lavoro dove sono coinvolti l'ufficiale responsabile del caso, gli operatori di PM, il criminologo del Corpo, talvolta la psicologa, quindi viene analizzato il caso, gli attori, il contesto sociale/familiare, il contesto urbano e quello scolastico secondo le informazioni al momento esistenti.
Vengono sentiti gli insegnanti al fine di acquisire tutte le informazioni possibili, quali sono le dinamiche del gruppo classe e se ci sono ulteriori criticità.
Nel momento in cui si hanno tutte le informazioni possibili vengono concordati i contenuti della lezione coinvolgendo gli insegnanti in maniera attiva verificando ad esempio se esiste in itinere un percorso didattico assimilabile ai contenuti della stessa (ad esempio legalità o conflittualità giovanili).
La lezione viene gestita da un operatore in divisa (lezione con ausilio di presentazione audiovisiva con molte fotografie e filmati per stimolare l’attenzione dei ragazzi) ed uno in abiti civili.
L’agente in borghese (meglio se personale femminile) è seduto in fondo alla classe con a fianco l’insegnante, osserva le dinamiche della classe e particolarmente la ragazzina od il ragazzo interessato, rilevando se è agitato, se cerca con lo sguardo i compagni o l’insegnante, come si comporta quando il gruppo viene sollecitato su un argomento specifico.
Mano a mano che la lezione si sviluppa (i ragazzi vengono sollecitati dall'agente in divisa con domande, con considerazioni sulle foto, sui filmati ecc.), ci si avvicina sempre più al nocciolo della questione, senza mai focalizzarla esplicitamente (evidentemente per non mettere in difficoltà la ragazzina od il ragazzino).
Talvolta interviene l'insegnante o l'agente dal fondo dell'aula. Tra l'altro i ragazzi in questione hanno la tendenza a sedersi quasi sempre negli ultimi posti. L'agente percepisce quando il ragazzo/a comincia a capire che la questione affrontata nella lezione è molto vicina al suo caso e sente il bisogno di “aprirsi”. Gli si chiede che ne pensa, se è d'accordo, se vuole raccontare qualcosa andando fuori a fare “quattro passi”. Molto spesso sono i compagni di classe stessi che si “sgomitano” dicendo sotto voce (talvolta nemmeno troppo sotto voce) “dai, diglielo..!!” oppure “questo è quello che è successo a Maria”.
Non dimentichiamo che in classe tutti sanno tutto.
Quando si è instaurato questo clima di fiducia, quando i ragazzi comprendono che il ruolo della polizia non è solo quello comunemente conosciuto e possono essere aiutati, il gioco è fatto... e viene fuori di tutto.
Gli interventi hanno interessato:
| Utenti | Anno scolastico 2009-2010 | Anno scolastico 2010-2011 |
|---|---|---|
| Scuole | 49 | 51 |
| Classi/gruppi | 107 | 170 |
| Allievi | 2234 | 4021 |
Le considerazioni
In questa maniera, prima di tutto viene dedicata una particolare attenzione alla vittima (soprattutto se minore d’età) che viene presa da subito in considerazione, supportata e aiutata.
I comportamenti degli autori dei fatti vengono discussi ed elaborati. Ci si confronta sulla modalità, sul senso, sull’agito, sulla motivazione.
Si cerca di interrogare gli autori del fatto, aiutandoli a porsi domande, a mettersi in discussione ed offrendo loro la possibilità eventuale di riparare al danno provocato, assumendosi la responsabilità e la titolarità di ciò che è stato commesso e compiendo un gesto simbolico di attenzione e di riconoscimento nei confronti di chi ha subito.
La finalità del lavoro è generalmente quella che fa sì che gli stessi ragazzi, autori di reato, propongano e attuino modalità risarcitorie, riparatorie nei confronti della vittima prima di giungere al procedimento penale vero e proprio.
E spesso si è arrivati a proporre anche una ricomposizione del conflitto tra le parti, dove, se adeguatamente sfruttata, è talvolta in grado di generare insospettate, nuove opportunità, per entrambe le parti.
Infine spesso un ragionamento “a caldo” con i minori coinvolti in merito al fatto-reato venuto a verificarsi, congiuntamente ad un’adeguata attività riparativa, conferisce ottimi risultati rispetto la consapevolezza dell’accaduto.