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La scelta fra integrazione e identità è una delle grandi questioni della attuale società: la ‘cittadinanza’ richiede una continua ricerca dell’integrazione delle culture diverse. La società diventa multiculturale e in questo ambito il conflitto tra “civiltà” diventa quotidiano. Il caso più clamoroso è quello della legge francese che proibisce di ostentare a scuola e in pubblico simboli religiosi come il velo islamico, che ha suscitato un grande dibattito in cui si sono contrapposti il valore della laicità dello Stato e l’osservazione che un cambiamento di cultura non si impone a colpi di legge.
Intere generazioni di immigrati, pur non mettendo mai in atto il conflitto se non simbolicamente sono comunque emarginate. Le discriminazioni sono spesso la radice del ripiegarsi sull’identità, e all’orgoglio della diversità (religiosa, linguistica, di genere ecc.), accentuando le differenze.
Il rapporto annuale della Caritas diocesana di Roma, che potrebbe diventare con i suoi dati lo specchio fedele da fornire ai giovani come ‘vademecum’ per la sezione dedicata a integrazione/identità apre con uno slogan “Società aperta, società dinamica e sicura”. E’ un assioma vuoto, una chimera o l’integrazione, ossia l’ampliamento della cittadinanza agli immigrati, allargando i diritti di partecipazione e soprattutto ponendo le condizioni materiali per cui questo possa verificarsi, è davvero possibile? Ed è anche la chiave per garantire la nostra sicurezza?
I modelli risolutivi in tema di contrasto cittadinanza-identità non mancano, soprattutto sul tema della religione. Il primo è il modello francese dell’assimilazione, in cui si chiede ai musulmani di accettare la religione civile della laïcité, obbligatoria per tutti. All’estremo opposto si situa il modello multiculturalista, dove ciascuna identità etnica o religiosa è riconosciuta come tale, e ammessa a gestire in autonomia e a rappresentare sulla scena pubblica le sue esigenze, eventualmente in aperta competizione con altre identità. Il modello italiano delle Intese con lo Stato -che ha risolto i problemi di altre minoranze religiose- è in pratica difficilmente applicabile ai musulmani che non hanno una rappresentanza unica.
Questo meccanismo funziona anche a livello globale, laddove a essere discriminati (per condizione economiche, sociali, politiche etc…) non sono singole persone o gruppi ma interi popoli: non a caso il terrorismo internazionale di matrice “religiosa” recluta i suoi adepti tra la gioventù povera delle città oltre che tra gli oltranzisti islamici.
Lo scontro tra fede e norme giuridiche (ad es: legge sul velo). La laicità è una condizione necessaria per l’integrazione?
Esiste un modello desiderabile che possa tenere insieme integrazione e rispetto dell’identità e della cultura originaria?
Le nuove generazioni di immigrati in Italia e altrove: una generazione perduta o risorsa per i Paesi “accoglienti”?
Il diritto di voto amministrativo per gli immigrati è una strada praticabile?
L’integrazione globale: l’esportazione della “democrazia” e della cultura occidentale ha qualche chance di pacificare il mondo e risolvere il conflitto di “civiltà”?
E’ desiderabile “integrarsi” a livello globale?
I contributi e le interviste degli esperti sono disponibili in formato PDF. Parte delle interviste rilasciate da alcuni esperti del comitato scientifico sono pubblicate all'interno nell'ultimo numero del giornale di strada Terre di Mezzo, che dedica ampio spazio all'evento.
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Magdi Allam |
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Gianni Vattimo |
Le altre interviste rilasciate dagli esperti
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Carlo Petrini |
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Tariq Ramadan |
| Roberto Hamza Piccardo |