Di Bora Myrtaj
Vincitrice del terzo premio "Scrittori in erba" -concorso leterario dell'associazione "Voglia di leggere"
Era in fondo alla valigia, insieme agli altri regali; piccola, non si vedeva, ma c'era. Mia mamma la tirò fuori ed esultante gridò: " Bora, questa è per te! ". Era una scarpetta, la mia scarpetta di plastica arancione che mio papà aveva comprato in Italia apposta per me, mandandomela tramite un suo amico.
Questo è il primo ricordo della mia infanzia, del mio passato, della mia storia vera, di vita.
E dopo questo ricordo, a cui fanno seguito altri, mi presento: sono Bora Myrtaj e provengo da una famiglia albanese di immigrati. Mio papà ha iniziato l’immigrazione a ventitré anni in cerca di una vita migliore per sé e per la propria famiglia. Quando sono nata io, era in Grecia e per la mancanza di documenti non era presente quel giorno. Mi ha chiamata Bora, “neve” in albanese, perché per lui ero bianca anche se non mi aveva vista. Mi ha vista tre mesi dopo. Dalla Grecia, un anno dopo nel 1995, mio padre immigrò in Italia con una barca clandestina, mettendo in pericolo la sua vita, ma indirettamente anche la nostra per oltrepassare l’Adriatico.
A quei tempi io ero figlia unica e vivevo con mia mamma e mia nonna in campagna.
Per più di tre anni mio papa non tornò a casa per mancanza di documenti e quasi quasi non lo conoscevo, ovvero conoscevo solo la parola “papà” che mia mamma tutto il giorno cercava di insegnarmi per dirla a lui al telefono e farlo contento.
Ma come un buon papà non mancava mai e, nonostante l’impossibilità di giungere a casa, è sempre stato presente come quella volta quando mi ha regalato la scarpetta di plastica.
Per gioco dissi a mia mamma che sarebbe stata il mio giocatolo preferito e lo avrei portato sempre con me. E cosi è stato. Dal piccolo paesino di Trevllazer mi ha accompagnata a Valona. Diciamo che è sempre stato ed è il mio portafortuna, o meglio, da “viaggiatrice” che sono, mi rappresenta in tutto e per tutto.
Successivamente mio papà è riuscito ad ottenere i documenti e a giungere a casa, ma per me era troppo tardi per conoscere un padre e nello stesso tempo un po’ fastidioso. A dire il vero mi ero abituata a vivere soltanto con mia madre e, oltre a questo, mio padre me la stava “rubando” pure.
Più tardi sono nate le mie sorelle Learta ed Emilja e appunto hanno scelto questo nome perché papà viveva a Parma, in Emilia Romagna.
Nonostante la lontananza, io e le mie sorelle, ormai cresciute, sentivamo la sua mancanza e posso dire che era diventato il nostro pensiero fisso.
Nel momento in cui doveva partire e lasciarci, tentavamo di nasconderci nella sua valigia per farci portare in Italia con lui. Era ogni volta una lotta continua tra me e le mie sorelle su chi doveva nascondersi per prima nella valigia.
Un momento doloroso è stato sempre la sua partenza con il taxi che seguivamo salutando e piangendo. Stavo male per settimane intere e mi sono sentita cosi per undici anni.
Nel 2003 è nato mio fratello Albano e per mia madre le cose si complicarono ancora di più.
Era assai difficile crescere quattro figli da sola e perciò son dovuta crescere in fretta, anche solo per svolgere le faccende di casa.
Le giornate volavano, non per la leggerezza, ma per la speranza che alimentava me e la mia famiglia che un giorno potessimo stare tutti uniti.
Nel 2006 quei benedetti documenti erano pronti e finalmente il mio sogno si è realizzato.
Insieme alla mia scarpetta ero pronta a dimenticare quei sentimenti nostalgici e ad affrontare una nuova vita.
Il passaggio da Valona a Parma inizialmente fu divertente proprio perché ero curiosa di scoprire un nuovo mondo, un mondo che però non è fatto solo di feste, regali e giochi, bensì di una cultura, di un linguaggio, regole e norme da assimilare.
In prima media mi trovai contemporaneamente coinvolta in molteplici passaggi. Avevo dodici anni ormai e il periodo adolescenziale non era per niente facile.
Non c’erano soltanto difficoltà linguistiche, anzi quelle le ho affrontate ottimamente, ma faticavo a confrontarmi con i coetanei e soprattutto a socializzare con loro.
Ho passato notti intere a piangere, silenziosamente però, perché non volevo far soffrire i miei genitori ancora un’altra volta. In fondo stare in Italia era ciò che volevo, non potevo cambiare idea, non sarebbe stato giusto nei loro confronti.
Mi sentivo disorientata e non riuscivo ad accettare la nuova realtà. Ora che ci penso e analizzo per bene la situazione, trovo che la via più facile per affrontare il problema sarebbe stata l’assimilazione totale della nuova cultura. Io invece non ho fatto altro che chiudermi in me stessa e il primo atteggiamento attuato immediatamente è stato quello del rifiuto.
Lentamente, mossa forse dall’enorme voglia di sentirmi parte di un gruppo, iniziai a integrarmi col gruppo classe e a partecipare a varie attività scolastiche che prima rifiutavo.
Ormai è da sei anni che vivo a Parma e mi sento bene, a mio agio. Tutto questo l’ho realizzato mantenendo un equilibrio armonioso tra le due culture, rispettando ovviamente tutto ciò che la mia famiglia ragionevolmente cerca di portare avanti della cultura d’origine.
Ora mi ritengo ricca e fortunata proprio perché possiedo una doppia cultura anzi una, la “mia” cultura.
Concluderei dicendo che la mia scarpetta continuerà a fare passi da gigante e non la fermerà nessun ostacolo, anche se ingiallita dal tempo.
Giugno 2012