Giovedì 16 settembre 1999
ore 21
- Teatro Colosseo

"Traveling Miles"
Cassandra Wilson canta Miles Davis

Cassandra Wilson voce
Marvin Sewell chitarra
Adam Rogers chitarra
Monte Croft
pianoforte e vibrafono
Lonnie Plaxico           
basso
Jeff Haynes
percussioni
Marcus Baylor           
batteria

In collaborazione con Modena International Music

"Il jazz è il mio primo amore e questo genere musicale sarà sempre con me": questo è quello che dice la cantante, compositrice e arrangiatrice Cassandra Wilson, che amore per la musica popolare e il blues e una particolare sensibilità musicale hanno condotto a elaborare uno stile che supera le classificazioni tradizionali.
I risultati artistici sono andati di pari passo con l'acclamazione popolare. New Moon Daughter ha venduto più di 850.000 copie in tutto il mondo, il Grammy Award 1997 per la miglior performance vocale jazz, Blue Light til Dawn, ne ha vendute più di 400.000 e l'ultimo album, Travelling Miles, commissionato dal Jazz Lincoln Center come omaggio a Miles Davis, sembra destinato ad analoghi successi.
Sebbene viva a New York da due decenni, l'artista non ha mai perso di vista le sue radici sudiste. La Wilson è infatti nata a Jackson, Mississippi, da una famiglia di musicisti. Il padre, Herman Fowlkes, chitarrista e bassista, si era trasferito nel Meridione in un'epoca in cui tutti preferivano spostarsi verso il Nord.
Cassandra ha cominciato a suonare il pianoforte all'età di nove anni e da adolescente era già in grado di scrivere musica propria e di accompagnarsi con la chitarra mentre cantava canzoni folk nelle caffetterie dell'Arkansas e del Mississippi. Pur iniziando a lavorare come giornalista ha poi continuato a coltivare la sua passione per il jazz, e l'incontro con il sassofonista Earl Turbington l'ha aiutata a sviluppare il suo particolarissimo timbro vocale. Dall'influenza di Joni Mitchell si orienta così verso i modelli di Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e Betty Carter.
Oltre a essere impegnata nelle incisioni con il suo produttore Craig Street, al quale l'accomuna un notevole spirito d'avventura, Cassandra Wilson viene spesso richiesta come guest-vocalist (Kurt Ellings, the Roots) e ha anche interpretato canzoni di Van Morrison.
In un mio viaggio statunitense del 1983, ricordo con intensità la sensazione ricevuta dal disvelarsi improvviso e imprevisto dello scenario architettonico di Italian Square a New Orleans. Culla della tradizione e città del jazz per antonomasia, la capitale della Louisiana offriva con lo spettacolo composito e policromo di quella piazza un rovesciamento di attese rispetto all'immagine stereotipa della propria "unità" culturale, aprendo lo sguardo del visitatore ai nuovi portati del nascente post-moderno. Con tale definizione stilistica ci siamo poi abituati a identificare un universo segnico caratterizzato anche in musica dal gusto del patchwork, della giustapposizione e contrapposizione di brandelli del passato stilistico; una accentuata capacità di ascoltare l'evolversi della modernità intesa in senso tecnico-linguistico con una particolare enfasi posta sul concetto di "materiale", e all'insegna di un gioco semantico di rimandi fra l'idea di "assenza" e quella di "presenza", che Renato Barilli ha lucidamente teorizzato in un suo saggio (Bompiani 1981), nel quale prospettava "due ipotesi per l'età post-moderna".
Quello è stato anche l'anno della laurea in Scienze delle Comunicazioni di Cassandra Wilson, e dell'inizio, forse non a caso, della sua attività professionale a New Orleans, venendo da esperienze nel campo della televisione e della carta stampata. Forse lo si percepisce dalla singolare amatorialità del suo approccio all'universo canoro, nel quale da subito la Wilson ha registrato un'incertezza di opzione tra folklore urbano (le popballads aeree e fonicamente distillate di Joni Mitchell) e pantheon mitico della vocalità jazzistica e più in genere afro-americana, popolato dalle meravigliose icone di Ella Fitzgerald, Betty Carter, Billie Holiday. Post-modernamente proiettata in una "no-blues land", Cassandra Wilson sembra aver assunto nella sua a tratti corrugata voce di contralto, povera di curve melodiche e di slanci fraseologici, l'emotività drammaturgica del lascito del grande jazz femminile del passato, rilanciata in forme nuove e dialettiche dal confronto fra il suo timbro e le mille sonorità di sfondo cui ha opportunamente delegato, da Pat Metheny a Olu Dara, da Lonnie Plaxico a Cyro Baptista, la creazione del patchwork sonoro post-moderno. Nel quale è interessante rilevare, come del resto nel filone del jazz contemporaneo riferibile a questa definizione di stile, un gusto metallico e residuale, da paesaggio periferico-tecnologico-urbano (hangar, automobili e luci al tramonto), cui Metheny ha sovrapposto l'imprinting solare dei ritmi latino-americani, Bill Frisell l'emozione algida e controllata da echi e phasings di una rilettura intellettuale di Aaron Copland, Tim Berne il sound tagliente e roco delle ancie "quasi da anno Duemila".
Tutto ciò sembra pulsare attorno a Cassandra Wilson e sostanziarne, come in un rapporto gestaltico fra figura e sfondo, l'approccio alla poetica musicale. Forte di collaudate esperienze d'ensemble maturate dopo il suo trasferimento a New York, Cassandra ha esplorato il rapporto (consustanziale al jazz) con la discografia riuscendo ad approdare alla prestigiosa Blue Note, l'etichetta di Alfred Lion che negli ultimi anni ha aperto il catalogo a 360 gradi, ampliando l'immagine tradizionale di label votata all'hard-bop. Dopo l'azzeccato Blue Light til Dawn (1993), nel 1997 il suo New Moon ha vinto il Grammy Award per la miglior performance vocale nel campo del jazz. Più interessante del celebrato predecessore mi pare, quanto meno sotto il profilo progettuale, questo Traveling Miles, nel quale la vocalist intende indirettamente ribadire la centralità dell'assunto dell'estetica jazzistica che postula un rapporto di reversibilità, di origine tipicamente africana, fra voce e strumento. Anche Davis, cui sono dedicati l'album e questo concerto, appartiene all'iconologia afro-americana, ma forse è la prima volta che nei tributi post-mortem a lui dedicati negli ultimi anni si sceglie la strada della traduzione in termini vocali di originali concepiti (e fissati nella memoria discografica) per lo strumento-tromba.
Ciò che più intriga, nel progetto della Wilson, è il fatto che, accanto a un repertorio davisiano insolito perché attinto dall'ultima e penultima produzione (come ad esempio Run the Voodoo Down, Time After Time, Blue In Green), la cantante abbia scelto la strada della rielaborazione o meglio della creazione di nuove composizioni liberamente ispirate dal magico universo timbrico e poliritmico del compianto maestro del jazz del secondo Novecento. Il fatto è nuovo proprio in relazione al modello-archetipo della tromba, perché rispetto al pianoforte e al sassofono la discografia relativa alla civiltà musicale afro-americana offre innumerevoli spunti di apprezzamento e riflessione. Nelle radici africane dell'album-manifesto del jazz etnoelettrico, Bitches Brew, c'è l'incanto di una pozione magica cui la post-moderna e citazionista Cassandra Wilson ama essersi abbeverata.

Luca Cerchiari


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