| COLLOCAZIONE
DEL MONUMENTO NEL CONTESTO STORICO |
Il
complesso dell'Abbadia sorse lungo la strada che portava a Pavia.
Le antiche carte ne attestano l'attività a partire dal secolo XII, quando
Pietro Podisio, giureconsulto torinese, il 25 gennaio 1146 assegnò all'abate
Vitale di Vallombrosa una casa, 10 giornate di vigna ed oltre 60 di campi
e prati, perché vi fosse edificato un Hospitale,
in cui fossero ricoverati tutti i "christiani affetti da qualsivuole
malattia" e che servisse da ricetto per i pellegrini.
L'abbazia, che sorgeva in un punto strategico dei traffici diretti a Torino,
si sviluppò grazie alla protezione ed alle numerose donazioni dei vescovi
di Torino, dei marchesi del Monferrato e dei duchi di Savoia.
Le costruzioni cistercensi avevano un tipo di struttura fissato dalle
regole dell'ordine: intorno alla chiesa vi era un insieme di chiostri,
sale capitolari, dimore, foresterie, laboratori…
Il complesso era formato da sette cascine (costituenti un solo corpo di
fabbrica), dalla chiesa di San Giacomo e dalla possente torre campanaria,
che fungeva anche da torre di guardia e dalla quale si poteva comunicare
con il campanile di Santa Maria Pulcherada a San Mauro. La torre campanaria,
alta circa 24 metri e divisa in sei piani da decorazioni in cotto, pare
che sia stata costruita dallo stesso architetto Brumingo che progettò
il Campanile di Sant'Andrea del Santuario della Consolata.
I frati offrivano ospitalità ai viandanti nel loro Xenodochium, curavano i malati con le erbe officinali coltivate nell'Hortus
conclusus, controllavano il traghetto sulla Stura: di qui il nome
di "regione Barca".
L'Abbadia ebbe anche un ruolo importante nella bonifica della zona: infatti
si deve all'opera dei monaci la fitta rete di bealere
che caratterizzava questa zona, abitata in prevalenza da comunità
di lavandai, ancora nell'Ottocento e nei primi decenni del '900.
Nel 1700 l'Abbadia divenne la parrocchia della piccola comunità della
Barca ed il Cardinal Roero, arcivescovo di Torino, fece costruire un bell'arco
d'ingresso all'Hortus conclusus,
rinnovando la chiesa secondo il gusto barocco dell'epoca, come si legge
sopra la lapide marmorea, ornata dello stemma cardinalizio con le tre
ruote, che sovrasta tutt'oggi il portale.
Oggi si rileva nell'Abbadia una "stratificazione" significativa
per ciascuna epoca di realizzazione; del nucleo medievale restano la torre
campanaria, le tre absidi della chiesa ed il chiostro, che era a doppia
profondità, diviso da una serie di colonne centrali, attorno a cui i monaci
passeggiavano pregando e meditando. Qui sono ancora visibili i resti di
una meridiana di tipo "canonico", forse del XVI secolo, molto
rara in Italia e probabilmente unica in Piemonte. Essa segnava soltanto
le ore della preghiera, che scandivano la giornata della comunità dei
religiosi.
Della ristrutturazione settecentesca rimangono la facciata e la navata
della chiesa.
Della parte ottocentesca restano il recinto con il portale neogotico e
l'ampia corte. |
| MOTIVO
DELL'ADOZIONE |
Il
complesso riveste particolare importanza storica ed affettiva per gli
abitanti della zona.
Si tratta infatti dell'ultima abbazia medievale rimasta nella cerchia
metropolitana, importante testimonianza di quella complessa organizzazione
territoriale risalente all'alto Medioevo, quando, in assenza di un forte
potere centrale, gli ordini monastici segnarono il territorio con una
rete di insediamenti, che erano al tempo stesso centri religiosi e di
potere, strutture produttive ed assistenziali.
Nel secolo scorso poi, fino ai primi decenni del '900, la chiesa con l'annessa
scuola costituì un importante riferimento culturale e sociale per un'area
in rapido popolamento, che si estendeva da Falchera a Bertolla e che contava
circa 2500 abitanti con le borgate dipendenti. |
| ATTUALE
DESTINAZIONE E RAPPORTO CON L'AMBIENTE |
Il
complesso fu abitato fino al 1960 da famiglie, che continuavano a vivere
in quella "cittadella" medievale autosufficiente, un po' come
si faceva ai tempi dei monaci.
All'interno del quadrilatero, chiuso da due cancelli d'accesso, esistevano
(oltre agli edifici di carattere religioso) botteghe di artigiani, il
forno per il pane, le stalle, i pollai.
L'Abbadia ha quindi conservato il suo carattere agricolo e religioso almeno
fino alla metà di questo secolo; è stato il Piano Regolatore di Torino
del 1959 ad innescare quell'incontrollato processo di trasformazioni,
che ha portato al suo decadimento, nonostante essa sia sempre stata soggetta
a vincoli monumentali ed ambientali.
L'insieme della tenuta fu frazionato, con l'abbandono delle parti monumentali
e con l'inserimento di capannoni industriali attorno ed all'interno del
recinto. Anche la grande azienda agricola è scomparsa, per lasciare il
posto all'autoporto di Pescarito.
Così si stanno distruggendo mille anni di storia… |