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La mediazione familiare: un modo di intendersi

di Laura Gaiotti da SpazioMeF.it, 04 ottobre 2006La mediazione familiare è un’opportunità che riguarda tutti quei genitori che, in qualsiasi fase della vicenda separativa, intendano affrontare le trasformazioni della loro famiglia prendendosi uno spazio e del tempo per salvaguardare la necessità di continuare a parlarsi. Si tratta di andare alla ricerca di un dialogo che fonda la sua ragione d’essere sulla consapevolezza che i figli hanno bisogno di mantenere la continuità del rapporto con entrambi i genitori e di non essere esposti a tensioni continue. Genitori, dunque, che trovano nella crescita equilibrata dei loro bambini un obiettivo degno di essere perseguito insieme. (da Cesa-Bianchi M.,Quadrio A., Scaparro F, ”Maturare la separazione”, in Il bambino incompiuto,N. 2, Milano,1985, pag. 122).

Oltre ad essere un intervento professionale con tempi, modalità e regole definiti, anche se non ancora formalizzato sotto il profilo giuridico, lamediazione familiare, come altre forme di mediazione, si nutre di un atteggiamento culturale che restituisce capacità e competenza alle persone. Persone che, anche nei momenti più critici, siritiene siano, e per questo debbano rimanere, competenti e responsabili delle proprie vicende relazionali. La mediazione fa dunque perno sulle risorse che ciascuno può mettere in campo. Inoltre si basa sulla convinzione che il benessere dei genitori, pur da separati, continui a dipendere dalla qualità della relazione con l’altro (interdipendenza). (da Canevelli F., Lucardi M. “La mediazione familiare dalla rottura del legame al riconoscimento dell’altro” Boringhieri, Torino, 2000 cap. 3 pag. 85 ).

Nella separazione, nonostante quello che, a seconda dei punti di vista, si desidera o si teme, il legame continua. Permangono aspetti del legame che restano attivi ed è inevitabile che i figli trasferiscano da una casa all’altra il clima emotivo dei rispettivi genitori.

Decidere di intraprendere questo percorso implica:

  • essere disposti ad affrontare attivamente le questioni relative al cambiamento in corso;
  • entrare nella logica dell’interdipendenza;
  • sperimentare una modalità di gestione dei conflitti basata sulla responsabilizzazione e sulla cooperazione;
  • non aspettarsi soluzioni dispensate dall’esperto.

Per questo un tentativo di mediazione:

  • si basa sulla libera scelta e sulla disponibilità personale: si può aderire o sospendere il percorso in qualsiasi momento;
  • si fonda sulla assoluta riservatezza di quanto avviene negli incontri. Il mediatore non può testimoniare, i contenuti e lo svolgimento della mediazione sono protetti dal segreto professionale. Nessun contatto, né scritto né orale, intercorre tra il mediatore e il giudice o l’avvocato. L’esito della mediazione è riferito al giudice dai genitori stessi, di solito assistiti dai loro legali;
  • richiede di prendersi del tempo durante il quale i genitori, incontrandosi mediamente ogni quindici giorni nell’arco di sei-otto mesi, discutono e cercano insieme delle soluzioni;
  • si rivolge esclusivamente ai genitori offrendo loro un luogo dove incontrarsi e iniziare a sospendere le ostilità e a sperimentare degli accordi.

SOSPENDERE LE OSTILITA’

Decidere di intraprendere una mediazione comporta condividere e aderire ad alcuni criteri che sono anche dei presupposti indispensabili per il procedere del lavoro. Sospendere le ostilità è una condizione, un modo concreto di agire che riguarda:

  • La gestione della procedura legale. Risulta incompatibile con il lavoro di mediazione la possibile concomitanza con udienze, denunce, o altre iniziative legali e peritali che, comunque, innalzano il livello di tensione, irrigidiscono i punti di vista, portano ciascuno a dimostrare la ragione per sé e il torto per l’altro. Costituiscono, dunque, interferenze inconciliabili perché accrescono la logica della contrapposizione. E’ necessario che i genitori informino i rispettivi legali dell’intenzione di intraprendere la mediazione e si consultino con loro per valutare la possibilità della sospensione di qualsiasi iniziativa. Oppure può capitare che sia l’avvocato stesso o il giudice, su iniziativa propria o su sollecitazione delle parti, a suggerire o accogliere l’ipotesi di un tentativo di mediazione. Tecnicamente occorre fare in modo che il tempo che intercorre tra l’avvio della mediazione e la data della successiva udienza in Tribunale, sia sufficiente (almeno sei-otto mesi) per permettere di portare a termine il tentativo di mediazione (Vedasi “Forme,luoghi,contenuti della mediazione familiare” di G. BUSELLATO pagg. 3 – 37 in BERNARDINI I., a cura di,”Genitori ancora: La mediazione familiare nella separazione”, Editori Riuniti, Roma,1994). I singoli genitori, dunque, devono considerare attentamente se e quanto, nella loro situazione, sarebbe potenzialmente proficuo o controproducente l’allentamento dell’iter giudiziario che la mediazione richiede.
  • L’utilizzo di interlocutori esterni. Il lavoro di mediazione rimette al centro i genitori in quanto protagonisti di un dialogo che è consigliabile avvenga nella massima discrezione e riservatezza per non essere influenzato da indicazioni e consigli esterni. E’ preferibile che gli argomenti trattati in mediazione non vengano ridiscussi e commentati altrove all’insaputa dell’altro. Questo atteggiamento può provocare, più o meno consapevolmente, la prosecuzione o l’aggravamento del conflitto. Si chiede, dunque, di prendere decisioni in proprio, in un confronto solo tra genitori. Ben diversa, e solitamente molto produttiva, risulta una aperta e condivisa decisione di confrontarsi con i rispettivi legali o con altri professionisti su specifiche questioni tecniche. La mediazione va intesa come un processo di lavoro integrato che, su sollecitazione degli interessati, si avvale dell’attivazione di specifiche competenze.
  • Il reciproco impegno: – di adottare un comportamento e un atteggiamento costruttivo, dentro e fuori dalla stanza della mediazione, che presuppone un’attitudine di ascolto del punto di vista dell’altro e la capacità di astenersi dalle provocazioni, dai giudizi negativi e dal criticarsi o sminuirsi davanti ai figli; – di evitare azioni e decisioni non concordate. Gli incontri vanno utilizzati proprio per discutere, proporre o informare l’altro di qualsiasi cambiamento che riguarda la vita dei figli affinché decisioni e scelte siano, nel presente e nel futuro, il più possibile condivise.

SPERIMENTARE DEGLI ACCORDI: PICCOLI PASSI NELLA QUOTIDIANITA’

Il mediatore si impegna ad accompagnare i genitori verso un loro accordo, rispettando i punti di vista di entrambi. Non rappresenta una delle parti, ma, piuttosto, assume una posizione di equidistanza pur prendendo parte alla negoziazione. Per questo non si muove all’interno della logica della ragione e del torto, prioritaria se si persegue l’idea della giustizia, ma fuorviante e opposta all’idea della mediazione. E’ importante che i genitori non sopravvalutino il tentativo di mediazione e tengano sempre presente che non esisterà mai un accordo perfetto e che ogni soluzione, anche la migliore, sarà sempre costellata dall’imprevedibilità e dagli effetti indesiderati che accompagnano le decisioni nelle vicende umane.

Non esistono regole generali, quello che può funzionare in una situazione può rivelarsi controindicato in un’altra. Occorre quindi discutere, venirsi incontro, ascoltare il punto di vista dell’altro, creare un clima di cooperazione, essere in grado di rivedere i propri piani tanto più che le esigenze dei bambini cambiano e vanno costantemente assecondate. Nella mediazione questo viene fatto mettendo al centro la quotidianità dei bambini e ragionando sulle piccole cose della vita di tutti i giorni. I figli, proprio su questioni della vita di tutti i giorni, hanno bisogno di continuare a sentire la guida dei genitori; genitori che, seppure in una fase dolorosa di crisi e di confusione, riescano a rimanere per loro un rassicurante punto di riferimento.

I LIMITI DELLA MEDIAZIONE

Circa un terzo delle mediazioni avviate si interrompono: alcune non procedono per assenza di presupposti o di motivazione, altre perché sono intraprese in una fase troppo avanzata del conflitto. L’esperienza di questi anni ci ha confermato che l’aiuto offerto dalla mediazione risulta più efficace se utilizzato prima dell’avvio delle procedure legali. Occorre però non cadere in facili entusiasmi e nella pretesa che sia una risorsa sempre e comunque praticabile. Molti aspetti del nostro lavoro presentano delle criticità che vanno riviste e costantemente adattate per migliorare e affinare questo strumento.

Da questo punto di vista il contributo del dott. Canevelli offre importanti e puntuali spunti di riflessione e di ripensamento teorico della pratica della mediazione. Per certo la mediazione può porsi solo come una opportunità che dovrebbe essere offerta, mai imposta, ai genitori alle prese con la complessità della separazione. Inoltre, poiché la mediazione costruisce un’alleanza di lavoro basata sul valore della parola e sull’attendibilità degli interlocutori, nel caso di adulti con un’alcoltossicodipendenza attiva, o con disturbi psichici questo prerequisito è disatteso in partenza ed è più opportuno che sia il Tribunale a prendere delle decisioni. Anche le situazioni di violenza o di sospetto abuso, che impongono una tutela della parte più debole, impediscono la libertà negoziale che è il fondamento della mediazione.

Gli operatori del diritto agli albori della mediazione hanno giustamente espresso fondati timori sul fatto che la mediazione non tutelasse la parte più debole. In effetti le situazioni di vittima e aggressore sono per noi un caso in cui non si deve praticare la mediazione. Ci sono poi situazioni in cui la disparità all’interno della coppia, in termini emotivi, culturali e/o economici, non consente un percorso basato sull’autonomia e sulla discrezionalità individuale. Nella separazione può presentarsi un fardello di sofferenza che rende impraticabile o prematuro un intervento come questo circoscritto alla ricerca di soluzioni concrete per la gestione dei bambini.

ALCUNE RIFLESSIONI PER UN CONFRONTO CON GLI OPERATORI DEL DIRITTO

Autonomia e collaborazione possibile tra avvocati e mediatori

Il rapporto tra avvocati e mediatori muove i primi passi fra luoghi comuni all’insegna del sospetto e dell’ostilità: come se per gli avvocati i mediatori usurpassero il loro lavoro e per i mediatori gli avvocati alimentassero la conflittualità. Questi pregiudizi sono stati favoriti dall’idea distorta che la mediazione familiare potesse porsi come iter sostitutivo e antagonistico a quello legale, supposizione che finiva per liquidare semplicisticamente la figura degli avvocati come coloro che fomentano le liti. In realtà, non è raro, che i mediatori riscontrino come sussista in alcune persone un bisogno incalzante di confliggere che stenta a placarsi e che può solo intraprendere la strada del ricorso alla giustizia, tanto è vero che capita di sapere che un legale è stato sostituito dal collega più agguerrito. Peraltro sono abbondantemente condivise le preoccupazioni sollevate dagli operatori del diritto in merito alla tutela giuridica, alla salvaguardia della parte più debole, alla condizione economica delle parti in relazione al pregresso tenore di vita. Constatiamo come, in taluni casi, il processo, le sue regole, le sue garanzie siano l’unico strumento per ottenere tutela e giustizia.

L’esperienza di questi anni ha dunque confermato la delicatezza della materia della separazione e quanto sarebbe superficiale e rischioso pensare di poter fare a meno della funzione di garanzia rappresentata dalla giurisdizione. La maggior parte delle persone che si rivolgono a noi hanno già o preferiscono appoggiarsi a un avvocato per interpretare la legge, per esaminare i termini degli accordi, per stendere il ricorso da presentare al giudice. Solitamente quando un uomo o una donna intravedono l’eventualità di una separazione, subita o voluta, nella maggioranza dei casi, vanno a consultarsi con un avvocato. (da BERNARDINI I., “Finché vita non ci separi”, Rizzoli, Milano, 1995 pag. 100). Il legale, infatti, risponde a bisogni che la mediazione non può soddisfare. Questa prima consultazione è, talvolta, determinante. Il conflitto, dal chiuso della vita familiare, si apre all’esterno, la parte giocata dall’avvocato è significativa. Capita di imbattersi in coppie la cui rottura sembra catapultata nell’ambito giudiziario senza che ci sia stata una maturazione della decisione e si coglie il persistere di un investimento emotivo nella coppia, anche se compromesso da un clima di accuse reciproche. Viene da chiedersi se tale scelta non sia stata prematura, se non sarebbero occorsi tempi diversi, se non si sarebbe potuto affrontare la crisi in altro modo. Apprezziamo molto quegli avvocati che, ci accorgiamo, hanno illustrato, a chi si rivolge loro, l’iter della separazione legale e soprattutto di quella giudiziale: i tempi, le fasi, i passaggi, i rischi, e le opportunità rimettendo in mano al cliente la decisione. Molte persone non hanno chiarezza di quello a cui vanno incontro.

Ci sono avvocati che non solo non approfondiscono se e quanto effettivamente la decisione sia già stata presa, non consigliano, come invece fanno altri, una pausa di riflessione oppure la consultazione individuale o di coppia di un consulente familiare. Tuttavia ci sono avvocati che sanno affrontare una materia così delicata con attenzione e disponibilità e che, pur non venendo meno al compito di difesa del proprio cliente, sanno declinare tale impegno con l’interesse dei bambini, interesse che non è sempre sovrapponibile agli irrazionali e distruttivi desideri di rivincita di certi adulti. Incontriamo genitori che hanno sopravvalutato la figura del loro difensore, lo hanno delegato a protezione dei pericoli che potrebbero sopraggiungere “dalla controparte” o dalla decisione del giudice. Ce ne accorgiamo quando, concretamente, per avviare una mediazione, verifichiamo con loro la possibilità di allentare l’iter giudiziario e di sospendere le ostilità. Certi genitori sono oggettivamente in difficoltà nel riappropriarsi della loro vicenda e nel confrontarsi con linguaggi, procedure e contesti che suscitano soggezione. Oggi possiamo dire che il rapporto tra avvocati e mediatori è improntato sulla collaborazione e lo scambio molto più di quanto si immaginava anni fa. L’avvocato, ha da noi sempre più il ruolo di inviante e alla fine, attraverso i genitori stessi, di ricevente del percorso di mediazione. Nell’esperienza di questi anni abbiamo visto crescere l’interesse degli avvocati verso la mediazione e le possibilità di collaborazione e di valorizzazione reciproca delle differenti funzioni. La mediazione è un intervento che ottiene migliori risultati quando è il frutto di un’integrazione tra le competenze del mediatore e quelle dei legali delle parti.

Autonomia e collaborazione possibile tra magistrati e mediatori

In questi anni ci sembra che i giudici abbiano guardato alla pratica della mediazione con atteggiamenti diversi in cui è prevalsa, di volta in volta, la curiosità, il pragmatismo, l’indifferenza o lo scetticismo. Questo non stupisce in quanto giustizia e mediazione hanno differenti ragioni d’essere. L’una sottende a precise funzioni e procedure e basa la sua essenza sul provvedimento che dirime e trancia le controversie secondo le regole del diritto, l’altra, pur rispettando la Legge, tenta di ripristinare un canale comunicativo tra le parti in conflitto senza tranciare nulla. Inoltre, mentre la giustizia è una emanazione dall’alto, la mediazione è un fenomeno dal basso che affonda le radici nella società civile.

Essa si alimenta del bisogno di comunicazione, di confronto e di partecipazione degli individui. Ci sembra che prevalga nei magistrati la posizione secondo la quale la mediazione possa rappresentare un utile percorso a condizione che venga esercitata sotto il controllo della giustizia. Per questa via, talvolta, capita che venga “indicato” su provvedimento di rivolgersi a un mediatore, mediatore che, in tal modo, rischia di diventare ausiliario della giustizia e a cui, in un futuro, si potrebbe, stante questa logica, richiedere resoconti regolari e precisi. La logica giuridica rischia, dunque, di snaturare i mediatori trasformandoli in “conciliatori”. Ci sembra che si debba prestare particolare attenzione a questo slittamento di contesto. Confondere conciliazione con mediazione, sottovalutando il diverso significato dei termini e la differente funzione svolta, può essere particolarmente svantaggioso sia per la mediazione sia per la giustizia. Infatti la conciliazione, a differenza della mediazione, può essere imposta da un’autorità pubblica e non ha carattere facoltativo, ad esempio nella procedura di separazione tale tentativo deve essere attuato di routine. Al contrario, nella mediazione, genitori e mediatore, dopo una attenta conoscenza e valutazione reciproca della situazione e delle aspettative, non sono obbligati a darvi seguito. Allo stato attuale, la volontarietà è garante dell’esito del percorso. La mediazione si basa interamente sulla autonomia dei partecipanti. Qualsiasi imposizione di partenza ne falsa la natura e il risultato.

Riteniamo che giustizia e mediazione debbano necessariamente avere precise linee di demarcazione pur nella ricerca di complementarietà. Altrimenti il duplice rischio risiede nel fatto che la pratica della mediazione assumerebbe una posizione sussidiaria e subordinata alla giustizia e che la giustizia, attraverso la delega al mediatore, perderebbe credibilità. Come per gli avvocati, anche il rapporto con i magistrati è improntato sulla più rigorosa autonomia: quotidianamente si ha modo di constatare che un invio coerente con gli scopi e i limiti della mediazione favorisce il raggiungimento di risultati soddisfacenti. Capita, tuttavia, che “l’invio” del giudice possa avere delle complicazioni in più rispetto a quello del legale di fiducia. Infatti, per i genitori, lo spazio della mediazione rischia di essere vissuto come emanazione del “potere giudiziario”, anche quando si tratta di un suggerimento fatto a voce (GAIOTTI L.; MIEROLO G. “Genitori e figli tra affetti e conflitti . Un Servizio Pubblico della Provincia diTorino per genitori separati.” pag. 109 in a cura di BOUCHARD M.; MIEROLO ”Prospettive di Mediazione “Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2000).

Il passaggio al mediatore, percepito in tal senso, vanifica, sin dalle prime battute, l’idea di un percorso che renda protagonisti i genitori ovvero può talvolta risultare strumentale alla logica del conflitto. “Si viene in mediazione” per prendere tempo o con l’obiettivo di far fallire il percorso e rimettere la decisione nelle mani del giudice.

Per approfondire queste delicate questioni sentiamo la necessità di mantenere vivi periodici momenti di integrazione e confronto con gli operatori del diritto per approfondire insieme  e, ad esempio, calibrare, nella maniera più opportuna, i tempi e i modi degli invii al fine dialimentare aspettative coerenti e adeguate alla riuscita del percorso stesso.

  • Aggiornato il 4 Ottobre 2006

Lessico Famigliare su RaiPlay

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La madre, il padre, il figlio, la scuola. Sono gli archetipi su cui si fonda la nostra società. Massimo Recalcati racconta questi ruoli esponendo tesi e suggestioni proprie della psicoanalisi, punteggiate e arricchite da interviste, contributi filmati, letture di testi, citazioni cinematografiche.

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