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Torino: la casa per gli esercizi spirituali diventa un’oasi per i padri soli

Dal silenzio degli esercizi spirituali di Ignazio da Loyola agli scherzi e ai giochi dei figli dei padri soli ospitati dalla prima comunità italiana “papà-bambino”.

Villa Santa Croce, la storica sede per gli esercizi spirituali dei Gesuiti a San Mauro Torinese, si è trasformata, grazie a un accordo tra la Compagnia di Gesù e il gruppo Abele, in un’oasi di accoglienza sulla collina di Torino.
Un’alleanza, quella tra l’organizzazione fondata da don Luigi Ciotti e i Gesuiti, che nasce nel segno di papa Francesco: “Non è un semplice accordo, ma un’alleanza che scaturisce da una solida e antica affinità, al tempo stesso sociale e spirituale – spiega don Ciotti – Un camminare insieme nella condivisione di spazi e di luoghi di accoglienza ma prima di tutto dell’orizzonte tracciato da papa Francesco con la Laudato sì e con la sua quotidiana opera pastorale”.

Proprio i moniti francescani hanno spinto i Gesuiti a mettere a disposizione la struttura, che dai primi del Novecento è stata una casa spirituale, per i più deboli, rinunciando a offerte milionarie di alcuni immobiliaristi che volevano trasformare Villa Santa Croce in un comprensorio di lusso: “Questa operazione è in linea di continuità con quanto stiamo facendo nel mondo e soprattutto in Italia” racconta padre Alberto Remondini, presidente della Fondazione Sant’Ignazio di Trento. Lui è l’incaricato del Provinciale per il progetto apostolico tra gesuiti e laici nell’area Torinese: “Papa Francesco ci ha fatto un invito, quello di utilizzare i beni che abbiamo non per farne una valorizzazione economica, ma per dare un servizio ai poveri. Sono beni che abbiamo ricevuto in dono e per la villa ho passato oltre un anno per trovare quale fosse il soggetto migliore cui affidare la casa”.

Il progetto è stato illustrato in un incontro alla Fabbrica delle E dove oltre a Ciotti e Remondini è intervenuto anche Bernardino Guarino, Economo della Provincia dei Gesuiti. La proprietà della Villa resta in mano alla Compagnia, mentre il gruppo se ne occuperà come se ne fosse proprietaria, sostenendo i costi di gestione ordinaria  e straordinaria e mettendo a disposizione altri spazi, già dedicati alla preghiera, per gli esercizi spirituali. L’idea però è chiara: nella struttura saranno ospitate persone con fragilità. Oltre ad appartamenti dedicati a donne rifugiate o in difficoltà, ci sarà la prima comunità “papà-bambino” d’Italia. “Si tratta di una esigenza sentita e che ci è stata evidenziata dai tribunali, tutte le strutture sono state pensate per le mamme con figli, che da un punto di vista numerico sono i casi più presenti. Finora però nessuno si è occupato dei padri  – racconta Mauro Melluso, responsabile del progetto per il Gruppo Abele – Si tratta di un approccio molto innovativo perché ribalta l’ottica per cui necessariamente nelle strutture legate alla genitorialità fragile devono essere ospitate delle donne. La legge regionale ha già previsto che potessero esserci anche luoghi per i padri, ma nessuno li ha mai allestiti”.

Si partirà con 6 unità abitative dedicate a padri con figli in affidamento a rischio di marginalità sociale. Di individuare i soggetti si occuperanno il tribunale e i servizi sociali: “Ci sono arrivate già un paio di richieste da altre regioni – aggiunge Melluso – Questo conferma che è una esigenza che esiste”. Nel progetto si legge che gli operatori offriranno il “supporto necessario a superare situazioni di disagio, con l’obiettivo ultimo di riprendere pienamente in mano le redini della propria vita in una situazione di autonomia e recuperato benessere”. Le proposte saranno diverse a seconda delle esigenze dei padri e dei figli: “Oltre all’offerta di un supporto stringente per chi deve recuperare o scoprire il suo ruolo, ci sarà anche un’assistenza leggera per chi si trova in una situazione di difficoltà momentanea” dice ancora il responsabile del Gruppo Abele.

Proprio i destinatari cui pensava papa Francesco quando ha invitato a mettere a disposizione i beni della Compagnia e anche nei moniti contenuti nella Laudato sì: “Un mettersi in gioco di credenti e non credenti nell’impegno per la giustizia sociale e per la salvaguardia del pianeta – chiosa don Ciotti – Affinché si accorcino le disuguaglianze, si contrastino le ingiustizie, e si garantisca più libertà e dignità in questo mondo”.

Fonte: torino.repubblica.it

  • Aggiornato il 9 luglio 2018