Un film che è anche un viaggio nelle pieghe più nascoste dell’anima di tre papà: quei luoghi privati raramente raggiungibili dove si inseguono la tenerezza di un genitore per i propri figli, l’amore per le proprie mogli ma anche i demoni indomabili dei sensi di colpa. Perché i piccoli protagonisti della storia, i loro bambini, appartengono oggi al Mediterraneo. Li hanno portati lì i loro padri, per liberarli dalle immagini oscene della guerra. Era l’unica via percorribile lungo la rotta tra il terrore e l’Europa, tra la Libia e la salvezza. E lì sono rimasti, dispersi in mare per sempre.

Il titolo completo è “Un unico destino – Tre padri e il naufragio che ha cambiato la nostra storia”. Il progetto coinvolge le testate del gruppo, Sky e “42° Parallelo”, che ha realizzato materialmente il film. «Abbiamo deciso di investire sui video e sui film», spiega Massimo Russo, direttore della Divisione digitale di “Gedi”, «per permettere al nostro modo di fare giornalismo e alle nostre inchieste di raggiungere un pubblico nuovo, giovane e internazionale».

La caratteristica che unisce le diverse produzioni come “Un unico destino” è ben definita: sono storie che non devono essere raccontate. «Andiamo a mettere il dito dove solitamente i media si fermano», dice Mauro Parissone, direttore editoriale di “42° Parallelo”, la società specializzata nei film “non fiction”: «Approfondiamo dove non c’è interesse ad andare oltre. Dove vince la superficialità, il galleggiamento. Affrontiamo temi centrali senza scorciatoie, raccontando quello che non deve essere raccontato. Perché non si può, perché è politicamente scorretto, perché nessuno ha voglia di sobbarcarsi rogne e di lavorare così tanto. Nell’era della post-verità, proviamo a fare ciò che nessuno osa più fare: ripartire dai fatti, raccontare storie che lasciano il segno e che aprono una discussione nella società in Rete. “Un unico destino” è il frutto di una profonda innovazione di processo, in cui il linguaggio diventa anche contenuto».

Mazen Dahhan, 40 anni, fa il medico in un paese della Svezia. Ayman Mostafa, 42 anni, fa il chirurgo nel più grande ospedale di Malta. Mohanad Jammo, 44 anni, fa l’anestesista in una cittadina della Germania. Sono loro i protagonisti del film. Ogni giorno nel loro lavoro curano decine di persone. Sanno bene cosa significa soccorrere e salvare il prossimo. E ogni giorno si svegliano nella nuova vita con il dolore più straziante per un uomo. È il loro unico, identico segreto: dentro la loro anima, si sentono responsabili della morte dei propri figli.

Mazen, Ayman, Mohanad sono nati ad Aleppo, in Siria, e lì sono cresciuti, hanno studiato, si sono sposati e hanno visto nascere i propri bambini. Fino ai giorni della guerra, che ha sfregiato la loro città, la Firenze d’Oriente. Mazen, Ayman e Mohanad scappano con le loro famiglie in Libia, l’unico Paese che offre un lavoro in ospedale. Ma la guerra li insegue anche lì. E in Libia, a Tobruk, a Misurata, a Tripoli, scoprono di non avere più vie di fuga. È per questo che decidono di attraversare il Mediterraneo e di chiedere aiuto all’Europa. Ed è su quello stesso peschereccio che l’11 ottobre 2013, esattamente quattro anni fa, i destini di Mazen, Ayman, Mohanad, dei loro bambini, delle loro mogli si intrecciano.

Fonte: espresso.repubblica.it