Chi ci prova adesso, avendo già un lavoro e uno stipendio, si trova davanti una montagna difficile da scalare. Una donna di 40 anni con un reddito di 36 mila euro lordi l’anno, per riscattare la laurea di euro ne deve tirare fuori 65 mila. Quasi il doppio di quello che guadagna. Il gioco non vale la candela e infatti molti lasciano perdere. Ma per i cosiddetti millennials, la generazione nata tra il 1980 e il 2000, il conto potrebbe essere azzerato. Almeno secondo il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta che da qualche settimana parla con insistenza di misura allo studio. Come potrebbe funzionare?

Il riscatto gratuito, secondo il sottosegretario, potrebbe partire in via sperimentale il prossimo anno. Sarebbe limitato ai soli studenti universitari che si laureano in tempo, lasciando chiuse le porte per i fuori corso. Gli anni passati all’università diventerebbero in modo automatico validi anche per raggiungere l’età della pensione. I relativi contributi, però, sarebbero pagati all’Inps non dal diretto interessato ma in tutto o almeno in parte dallo Stato. In sostanza, si tratterebbe di un vero e proprio sconto sulla pensione.

La misura è stata pensata per i ragazzi nati tra il 1980 e il 2000. Quelli che, con il progressivo innalzamento dei requisiti previdenziali, rischiano di andare in pensione a 73 anni. E che avranno carriere lavorative discontinue: formula tecnica che indica frequenti periodi di disoccupazione, quindi pochi contributi, quindi pensioni bassissime. Anche perché per tutti loro l’assegno sarà calcolato integralmente con il metodo contributivo, meno vantaggioso di quello retributivo dei loro genitori, perché basato esclusivamente sui contributi versati nel corso della vita e non anche sul livello dello stipendio. Ma si farà davvero, oppure è solo una promessa di mezza estate, con vista sulla campagna elettorale che verrà?

Palazzo Chigi frena, fa sapere che la misura non è allo studio. Baretta insiste, parla di ipotesi di lavoro, di calcoli ancora in corso. Come tradurre questo botta e risposta? L’idea c’è ma la sua fattibilità è tutta da verificare. Lo stesso Baretta ne aveva parlato la prima volta all’inizio di luglio, intervenendo all’assemblea studentesca dei giovani del Partito democratico. E aveva intercettato una campagna partita sui social network all’insegna dell’hashtag #riscattalaurea. Fin qui il merito, poi c’è la parte politica. Utile per capire come stanno davvero le cose.

Sul tavolo del governo c’è per il momento un’altra ipotesi. In vista della prossima legge di Bilancio, la vecchia Finanziaria da presentare in Parlamento dopo l’estate, si studia la cosiddetta pensione di garanzia. Un assegno minimo pagato dallo Stato a chi in futuro avrà una pensione così bassa da non garantirgli la sussistenza. Una sorta di pensione di cittadinanza, da contrapporre al reddito di cittadinanza caro al Movimento 5 stelle. La pensione di garanzia riguarderebbe tutti i giovani, non solo quelli che vanno all’università. E, coinvolgendo più persone, sarebbe anche più cara rispetto al riscatto gratuito. Questo potrebbe far segnare un punto a favore dell’ipotesi di Baretta. Ma c’è un altro problema.

Nella prossima legge di Bilancio il governo taglierà le tasse sul lavoro per le assunzioni dei giovani. Il riscatto gratis della laurea, inevitabilmente, sottrarrebbe risorse a questo capitolo. E nel governo resta la convinzione che più che di pensioni bisogna parlare di lavoro. Perché la strada maestra per avere domani una pensione domani è avere oggi un lavoro e uno stipendio.

Fonte: corriere.it