Laura e Gerard che giocano e si divertono. Lontani dai campi, dalle piscine, dalle piste. Perché quelli per ora restano vuoti. Con loro altre migliaia di persone, giovani e meno giovani, di quell’universo meraviglioso creato da Special Olympics, l’organizzazione che si occupa di gioco e sport per chi ha disabilità intellettiva e relazionale. Laura e Gerard vivono non lontano fra loro, nella cintura torinese, hanno storie così diverse, ma la stessa voglia di divertirsi, ora in una maniera differente dal passato.

Gerard ha ventuno anni, ma è già segnato da mille esperienze. È in Italia da tre anni, a Settimo Torinese e viene da Kolofata, estremo nord del Camerun al confine con la Nigeria, dove gli affiliati allo stato Islamico saccheggiano e uccidono. «Mio zio mi ha salvato la vita, permettendomi il viaggio verso l’Italia». Poco più che adolescente si ritrova su un barcone che lo porta sulle nostre coste. Finisce in un centro di accoglienza in Piemonte. Obiettivo ora è studiare per iscriversi a Scienze internazionali e diplomatiche. Ama il calcio. Ricomincia a giocare. «Mi affiancarono un educatore, Luigi. È lui che mi introdusse all’interno del mondo Special Olympics nel Pro Settimo Eureka». È una squadra «unificata», composta da persone con disabilità intellettiva e senza disabilità (come Gerard, denominati “partner”), che giocano insieme: «Sento l’Italia come casa mia e SO come una famiglia».

Laura ha iniziato in salita il cammino della vita: abbandonata appena nata, è stata adottata da Donatella e Bruno. Ha una disabilità intellettiva, con momenti difficili anche nei rapporti interpersonali e a scuola. Poi è arrivato lo sport. La scoperta del nuoto le ha cambiato la vita: «Per me è importantissimo. Mi fa stare bene, mi diverto a stare in compagnia dei miei amici e degli allenatori, mi piace vincere le medaglie e andare a fare le trasferte». Ricordano Donatella e Bruno: «Alla prima gara si è rifiutata di entrare in acqua, poi ha superato la paura con l’aiuto dei suoi allenatori ed è migliorata sempre più. Special Olympics è stata fondamentale: non doversi confrontare con un mondo troppo complesso, ma alla sua portata le ha permesso di innamorarsi dello sport, che ora è per lei una ragione di vita». Vive con mamma e papà a Volpiano, è legatissima alla famiglia, al fratello Francesco e alla sua compagna Giulia: «Sono i miei primi tifosi».

Laura e Gerard sono fra le centinaia di atleti impegnati negli Smart Games, evento nato dalla creatività di Special Olympics Italia e che altri Paesi del mondo stanno adottando. Lo spiega il presidente, Angelo Rizzoli: «Se ne sono accorti all’estero, il movimento italiano ha portato spesso idee innovative e divertenti». «Everywhere We Play», giochiamo in ogni luogo: questo lo slogan che accompagna gli Smart Games. «È emblematico della determinazione che contraddistingue i nostri atleti e l’intero Movimento», dice Alessandra Palazzotti, direttrice di SO Italia: «Ogni realtà sportiva è stata costretta a fermarsi e riflettere. Abbiamo annullato subito i Giochi Nazionali Estivi, manifestazione a cui stavamo lavorando da tempo, che avrebbero coinvolto oltre tremila atleti e si sarebbero dovuti svolgere a giugno proprio in Lombardia, a Varese».

SO Italia si è impegnata così nell’organizzazione di un evento diverso, che vede gli atleti protagonisti a casa. Dice Gerard: «Gli Smart Games adesso rappresentano una grande opportunità per tenersi in contatto mantenendo vivi i rapporti e la gioia di fare attività sportiva». Gli fa eco Laura: «Non ci saranno gli abbracci degli amici ma guarderò i video delle gare e mi sentirò vicina a tutti». Le gare degli Smart Games sono iniziate il 10 maggio e continueranno fino al 31, al sicuro, in casa propria dove gli atleti SO di tutta Italia potranno cimentarsi in 18 discipline sportive, strutturate con appositi esercizi elaborati e adattati dai tecnici SO e messi a disposizione su una playlist di Youtube. Laura e Gerard ci saranno. Da casa loro, insieme a migliaia di altri, distanti ma vicini. Aspettando di tornare a gareggiare insieme. Lo sanno: vincere, alla fine, è quello che conta meno.

Fonte: corriere.it