Lo sport non serve vederlo, basta sentirlo pulsare nel cuore, crescere nei muscoli, scorrere in ogni fibra. Se fa risplendere gli occhi, allargare il sorriso, e

ribollire l’adrenalina nel sangue, allora è sport, chiunque voi siate e qualunque sport facciate.

«Chi vede – racconta Giuseppe Rizzi, non vedente – osservando i ciechi o gli ipovedenti che praticano sport, competono, sudano, si allenano e si sfidano per vincere, potrà rendersi conto delle abilità che occorrono per ogni disciplina. Per capire il nostro impegno basterebbe provassero, lasciandosi bendare, qual è il mondo sportivo per i non vedenti».

Passo avanti e…
Lo sport è fatica. Le donne e gli uomini di sport devono ogni giorno sfidare e vincere se stessi, il proprio corpo e la propria volontà, allenamento dopo allenamento. Soltanto poi, arriva il momento della sfida, dello scontro con l’avversario, con le proprie emozioni. Ma «tra coloro che hanno importanti limitazioni fisiche, quindi oltre 3 milioni di italiani, soltanto 269 mila dichiarano di svolgere un’attività sportiva», recita il rapporto 2019 dell’Istat Conoscere le disabilità. Si tratta dell’8,5 per cento dei disabili. A Giuseppe, «non più giovanissimo» come si definisce lui, sin da bambino piaceva schermire divertendosi, inventando con gli occhi della fantasia, non potendo disporre dei suoi, “nemici” da sfidare e verso cui affondare la stoccata.

«Salire su una pedana, tirare un colpo di spada ed esultare per una vittoria, per un non vedente fino al 2011 era non solo impossibile ma proprio impensabile», spiega Rizzi che insieme ad altre donne e uomini non vedenti del Gruppo Sportivo Non Vedenti Onlus di Milano, ha deciso di coinvolgere alcuni allenatori di scherma per coltivare insieme un sogno condiviso: far salire sulla pedana persone non vedenti, studiando insieme regole per gestire e condurre l’assalto e sentire il biiipdella stoccata vincente.

affondo
«Come far duellare due perone non vedenti su una pedana di 14 metri?». È risolvendo problemi come questi che iniziata l’avvenuta di Giuseppe e degli altri spadaccini non vedenti. «Prima di tutto abbiamo dovuto fare una scelta obbligata: la spada era l’unica disciplina percorribile perché a differenza del fioretto e della sciabola consente che il punto sia valido qualunque parte del corpo dell’avversario tu prenda». Inoltre, tra le regole studiate insieme ai tecnici c’è la “ricerca dell’arma”: i due atleti non vedenti che si sfidano partono da parti opposte della pedana. Quest’ultima ha un cavo in rilievo che fa da guida, «ti da la certezza di essere sempre orientato dritto di fronte al tuo avversario» e ti accompagna in ogni assalto. Una volta che èavvenuto il primo contatto tra le lame, l’assalto comincia. «Sempre tenendo almeno uno dei due piedi sul cavo centrale della pedana, ci si sfida all’ultima goccia di sudore. Passo indietro, passo indietro – mi illustra Giuseppe muovendosi nello spazio come fosse durante una sfida. L’avversario fa un passo avanti e mentre ci cerca per la stoccata, scatta l’affondo». Biiip.

Il biiip è importante, perché significa che qualcuno ha colpito. «L’arbitro spiega chi è andato a bersaglio per primo ma tu lo senti se sei stato tu il più rapido». Sudore, adrenalina e tecnica. Questo è lo sport, questa è la scherma per non vedenti.

Tecnica, astuzia e fortuna
La scherma non vedenti sta prendendo sempre più piede in tutta Italia, tanto che nel 2014 la Federazione Italiana Scherma ha riconosciuto un circuito nazionale per questo sport.

Schermendo tra non vedenti, non c’è il rischio di farsi male? «No, assolutamente. L’elegante divisa bianca da schermidore, o da gelataio come la chiamiamo tra di noi, ci protegge perché è resistente e multistrato e non permette che la spada ti infilzi». Inoltre la mano che tiene la spada è guantata e la testa dell’atleta è difesa dalla maschera di ferro.

Sport per tutti
Quando si affronta il tema della disabilità ci si imbatte immediatamente nel campo dei diritti negati. Troppo spesso, infatti, queste persone sono escluse da spazi, attività sportive, esperienze, relazioni. A ribadire quanto la dignità umana di tutti sia pilastro di una società civile c’è anche la convenzione Onu, l’organizzazione delle nazioni unite, per i diritti delle persone con disabilità che nel suo primo articolo dichiara la necessità di “promuovere, proteggere e assicurare il pieno ed eguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro dignità”.

Nonostante la difesa dell’Onu, rimane marcata di difficoltà delle persone con disabilità a partecipare ad attività culturali, sportive e sociali. “Meno del 20 per cento delle persone disabili dice di andare al cinema o al teatro. Nel resto della popolazione siamo a percentuali praticamente doppie – recita il rapporto Istat -. La vita delle persone disabili in Italia è ancora più scarsamente orientata alle attività sportive: «Gli uomini praticano sport più delle donne, ma il dato che più preoccupa è quello che riguarda i 2 milioni 416 mila disabili gravi che non praticano attività sportiva».

Il lungo cammino della scherma per non vedenti
La scherma per non vedenti italiana oggi è un modello che atleti come Giuseppe esportano in paesi come la Francia, la Spagna e il Portogallo. È grazie al loro coraggio e la loro determinazione che a Ragusa il 27 gennaio 2019 si è tenuto il primo torneo internazionale di spada per non vedenti.

Sviluppare e far crescere questo sport per non vedenti è un percorso a cui hanno preso parte anche alcuni tecnici che hanno creduto fosse possibile. Tra questi c’è Lorenzo Radice. La storia di Lorenzo ha iniziato ad intrecciasti con quella di Giuseppe prima ancora che si conoscessero. Lorenzo dice di essere stato fulminato sul Cammino di Santiago nel 2013. Camminando da solo sperava di trovare la forza per affrontare il fatto che l’Alzheimer stava portando via la memoria a sua madre. «È li che ho capito cosa volessi fare davvero». Due volte campione italiano a squadre nella spada, da anni aveva lasciato la pedana ed era diventato dirigente d’azienda. Sulla strada per Santiago si rende conto che avrebbe voluto insegnare a tirare di scherma. A tutti, soprattutto a chi con la scherma avrebbe potuto realizzare qualcosa di difficile se non impossibile. Come Giuseppe.

Inizia così in un circolo di Milano, da volontario, a insegnare a tirare di scherma a ragazzi in carrozzina, e poi «ho deciso di fare il grande passo, mettendo in piedi l’Accademia Scherma Milano», racconta Lorenzo. «I miei genitori mi hanno educato all’attenzione verso chi ha bisogno. Ho scelto di farlo mettendo su una delle pedane una striscia in rilievo che facesse da riferimento per chi non vede così che potesse schermire». L’Accademia ha avviato un progetto per promuovere la scherma per non vedenti sul territorio di Milano insieme al Gruppo Sportivo Non Vedenti. «Oggi facciamo scherma per non vedenti e per chi è in carrozzina. Anche per loro c’è la pedana-postazione fatta apposta», spiega Radice. L’Accademia realizza corsi sia per adulti che per bimbi e «vorremmo che, una volta ogni tanto, anche loro, normodotati, provino l’esperienza di tirare con chi è costretto a stare seduto e con chi non vede. Affrontare un incontro seduti o bendati, oltre ad avvicinare due mondi che troppo spesso stanno distanti, ti dà consapevolezza di altri modi di percepire l’avversario e la realtà attorno a te. È anche un modo per migliorare tecnicamente».

Giuseppe e Lorenzo: destini incrociati
«Lorenzo è prima che un grande tecnico, una grande persona, un vulcano di idee e progetti che hanno sempre al centro l’uomo e l’atleta, che abbia una disabilità o meno», così presenta Lorenzo Radice, Giuseppe Rizzi, uno degli otto schermidori non vedenti che Accademia Scherma Milano allena.

Lorenzo Radice con gli atleti

«Stiamo iniziando a creare un corso di scherma anche per i ragazzini con la sindrome di Down». Ma Lorenzo non si ferma qui e intende fare lo stesso con un gruppo di detenuti delle carceri milanesi, e per una serie di donne che hanno dovuto affrontare la mastectomia, che hanno avuto un tumore al seno: «Per loro si tirerà di sciabola, non di spada, perché i gesti tecnici della sciabola sono più funzionali per i muscoli intaccati dall’intervento».

«Mi auguro che il nostro percorso di schermidori non vedenti, un percorso fatto di fatiche e delusioni ma anche incontri come quello con l’Accademia Scherma, possa essere un esempio per tutte le persone con disabilità che sognano di realizzare uno sport. È necessario che sappiano che è possibile», conclude Giuseppe Rizzi.

Fonte: vita.it

(c.a.)