“A cronometro è un conto, ma in linea si complica tutto, ecco perché non ho bissato l’oro ed è arrivato ‘solo’ l’argento, sul tracciato di Emmen”.

Si parla di medaglie mondiali, non bruscolini e, incredibile, Fabrizio Cornegliani quasi si scusa di non essersi riconfermato con l’handbike, dopo le gare iridate di Maniago 2018. “A questo giro, non valeva la pena – racconta-. Su quel percorso c’era da rompersi l’osso del collo, a spingere di più, un percorso a velocità alte e traiettorie strette. Ho cercato di capitalizzare e riflettere e siccome su alcuni tratti più di uno per volta in bici non passava, ho rallentato e fatto passare Hordies”.

Sempre 47 km/h erano, in Olanda, a inseguire il belga. Un ritmo forsennato per un ciclista di categoria H1 come Cornegliani, tetraplegico, che ha le mani legate alla manovella e frena con i gomiti. “Ma in Canada ho sfiorato anche i 75 Km/h, vincendo una gara per 9 secondi. In realtà nella mia categoria non abbiamo l’uso dei tricipiti, quindi non spingiamo l’handbike, ma la tiriamo con il bicipite e abbiamo un sistema di tutori e ausili per farlo. Io mi realizzo da solo i miei, in fibra di carbonio. Ormai ho esperienza”.

Un lavoro meticoloso di pesi e contrappesi, di misurazioni, di disegno tecnico. Tutto concorre alla prestazione perfetta, quella che consegna alla leggenda di questo sport. La squadra italiana, tutta, fa scuola sul panorama mondiale: “Ci studiano, fotografano i nostri mezzi, dopo ogni gara dobbiamo riporli velocemente nel furgone per non farli studiare dai team avversari”. Si fa di tutto per non lasciare nulla al caso e soprattutto medaglie agli avversari.

“Siamo atleti e professionisti – conferma Fabrizio-, calcoliamo le ore di sonno che facciamo, la dieta che seguiamo, poi il tempo degli allenamenti e il recupero. Io per esempio non do tregua ai miei muscoli nemmeno la notte, sono collegato a un elettrostimolatore per gli addominali e i dorsali. E il bello è che la sera arrivo a letto così stanco che riposo profondamente lo stesso”.

Non si perde tempo, nella squadra azzurra delle due e tre ruote, “ma non solo io, siamo tutti così, malati di prestazione”, macchine da lavoro e meccanismi dal funzionamento studiato scientificamente, programmato e perfetto.

Non a caso Fabrizio fa parte del Progetto ideato da Alex Zanardi, Obiettivo 3, che si prefigge di sostenere l’attività di atleti promettenti da far arrivare fino a Tokyo 2020.

“Devo ringraziare Zanardi della possibilità che mi ha dato, sostenendo la mia preparazione per tutta la stagione, lui è un po’ l’anima del gruppo, la persona più esperta in materia di meccanica, di ingegneria dei mezzi, di aerodinamica. E’ un privilegio far parte del progetto, si ha anche accesso a strumentazioni d’avanguardia come la galleria del vento. La borsa che ricevo mi consente di aggiornare sempre le componenti della mia handbike e comprare gli strumenti di misurazione della trazione e potenza. Questo equivale ad avere un tester collegato al motore, è fantastico”.

Già primo del ranking, questo non basta per un posto sicuro a Tokyo: “non si esaurisce nella grande performance di un Mondiale, la qualificazione ai Giochi. Occorre costanza nei risultati, restare affidabili e competitivi, mantenere gli standard e la lucidità in tutti gli appuntamenti della stagione”. Un perfezionista, Fabrizio, che ha sempre praticato sport, tranne nel periodo nero seguito all’incidente: era in palestra a Lodi, 16 anni fa, si stava allenando nelle arti marziali: “Due stavano iniziando a litigare e mi hanno travolto, ho avuto una lesione che ha compromesso l’uso di mani e braccia”.

Lussazione delle vertebre C5 e C6, la diagnosi terribile. “Certo che ricordo quel momento e quelli che sono seguiti. Già un paraplegico deve accettare di non usare più le gambe, nel caso dei tetraplegici la tragedia raddoppia la sua portata. Io volevo fare il pianista, quando mi sono risvegliato dall’operazione speravo che l’incidente mi avesse lasciato l’uso delle mani. Invece ero pure stato attaccato a un respiratore. Quanto ci ho messo ad accettarlo? Tanto, ma io sono sempre stato un combattente, ho lavorato presto su qualunque minimo muscolo che sentivo ancora vivo. Ogni giorno riattivavo una parte di me, ancora oggi non ho smesso di riabilitarmi e fare progressi. La gestione della tetraplegia è tutta nella testa, a un certo punto non ti pesa più e si va in automatico: diventa come camminare”.

Ma andare in handbike è meglio e tra un po’ sarà ancora più bello: la casa automobilistica Dallara, infatti, sta mettendo a punto un prototipo di handbike del futuro, per atleti ‘recumbent’, cioè in posizione distesa (H1-H4): “La modifica che ritengo indispensabile riguarda essenzialmente l’aerodinamica, il peso e gli interventi sulla rigidità della bici, per ridurre lo spreco di potenza. Ogni fibra di carbonio che flette, porta via trazione di potenza. Sono fiducioso, faremo una messa a punto che il resto del mondo si sogna”. Con la ‘vecchia’ però ha marciato trionfalmente: già tre ori, un argento e un bronzo mondiali in tre edizioni iridate dal 2017 a oggi. E presto in start list ai Giochi, dove debutta la prova a cronometro della sua categoria. Il motore di Fabrizio si accende. Anzi, non si è mai spento.

Fonte: cip.it

(c.a.)