Nikolaj Niebuhr è un alpinista 36enne che da dodici anni vive in Val di Fassa, a Lorenz, un piccolo gruppo di case sopra Penìa. Che cos’ha di speciale? Nikolaj è nato in Danimarca, dove ha vissuto insieme alla sua famiglia in una fattoria. Quando era ancora giovanissimo, è stato attaccato da un edema celebrale, che gli ha portato una paralisi alla parte destra del suo corpo. Per alcuni anni è rimasto sulla sedia rotelle, ma, grazie alla sua forza di volontà, è riuscito a recuperare e a scalare l’Everest. Ad una serata del comitato manifestazioni di Campitello si è presentato al pubblico. La sua forza di volontà è un esempio per tanti; una sfida che ha vinto. La più importante.

Ci parli un po’ di lei.
«Ho 36 anni e sono un alpinista. Sono nato in Danimarca, dove ho vissuto i miei primi anni di vita in una fattoria. Amo la natura e la sua forza. Nel 1992 ho avuto un edema celebrale, che ha influenzato la parte destra del mio corpo. Sono stato obbligato a restare sulla sedia rotelle per alcuni anni, ma, grazie alla mia forza d’animo e di volontà, sono riuscito ad iniziare di nuovo a sciare. Dovevo dimostrare di essere come i miei compagni: ce l’ho fatta».
Quando è arrivato nelle Dolomiti e perché ha scelto proprio questo posto?
«Sono arrivato per la prima volta in Val di Fassa nel 2004, per sciare insieme a mio nonno. Sono rimasto subito abbagliato dalla maestosità delle montagne. Se vieni da un paese piatto, dove non ci sono montagne, arrivi con un pullman alle sette di mattina, ti svegli e guardi all’esterno dal finestrino… non hai mai visto una cosa del genere! Con il primo sguardo, le Dolomiti mi hanno colpito».
Abita a Lorenz, perché ha deciso proprio questo paesino?
«Ho trovato lavoro in valle nel 2007. L’anno dopo sono tornato, e poi ancora. Sicuramente è una bella domanda. Ho vissuto per un po’ di tempo a Canazei in un locale dove non arrivava neanche il sole. Dopo un certo periodo, ho parlato con due miei amici, i quali hanno vissuto per un tratto di tempo a Lorenz, sopra l’abitato di Penìa. Sono andato una volta con la bicicletta e mi ha subito impressionato: ho trovato un appartamento e mi ci sono trasferito».
Come l’hanno accolta in Val di Fassa? La lingua è stata difficile da imparare?
«All’inizio ho lavorato in un’agenzia danese e dunque ho potuto lentamente esercitarmi a parlare danese e italiano. Non è stato difficile. Poi mi sono iscritto ai “Bogn da Nia” e, grazie a questo club di sci d’alpinismo, sono riuscito ad integrarmi nella comunità. Per un periodo ho studiato italiano, ma poi giorno dopo giorno sono riuscito ad impararlo».
Lei è sempre stato uno sportivo?
«Sì, forse però in modo diverso. Quando ero in Danimarca, andavo in bicicletta per spostarmi, facevo ginnastica e nuoto. Qualche volta, non sempre, giocavo anche a calcio. Lo sport è sempre stato parte della mia vita».
Qualcuno in famiglia ha la sua stessa passione?
«Assolutamente no: siamo sempre andati a sciare insieme quando ero piccolo. Ho iniziato in Norvegia e in Svezia. Posso dire però che a tutti piace andare con gli sci».
Come ha scoperto la montagna?
«La Danimarca è proprio piatta. Le ho conosciute, ed imparate ad amare, grazie allo sci. Dopo però lentamente mi è nata la mia vera e propria passione per l’attività in montagna».
Cosa le piace della montagna?
«Amo l’avventura, fare fatica ed affrontare il freddo. Mi piace la montagna, inoltre, anche perché si può scoprire qualcosa che non si è ancora scoperto nella vita. Mi porta anche a scoprire me stesso e provare emozioni fuori dalla norma. Non sono di sicuro una persona spericolata, ma cerco il bello in qualcosa di immenso».
Che sport pratica? Ha fatto alcune gare?
«Ho iniziato sciando, poi sono passato allo sci d’alpinismo. Con gli anni mi sono cimentato anche nell’arrampicata e nel 2013 ho iniziato ad andare anche con la mountain bike. Ho fatto alcune gare, anche importanti, come la Hero e cinque Sellaronda Ski Marathon. Non ho mai avuto quella voglia di gareggiare e non sono mai stato competitivo. Io partecipavo per la compagnia e per il pasta party».
Però poi è arrivata la scalata all’Everest
«Le mie prime esperienze le ho spese in Nepal e in Groenlandia. Nel 2016 sono partito per il Nepal per fare un trekking, durante il quale ho incontrato due persone con cui siamo diventati amici e mi hanno incoraggiato per ritornare l’anno dopo per tentare la scalata del monte Everest. Nel 2017, sono tornato. Dopo aver incontrato l’ultimo vivo della prima spedizione su questa montagna del 1953, ho deciso di affrontare la vetta. Dopo un periodo di acclimatamento, sono riuscito a scalare il monte, arrivando a 500 metri dai 8.848: mi sono fermato a causa del brutto tempo. Ma rimane comunque un’esperienza splendida.
Un’altra ascesa che non scorderò mai è la scalata della parete Sud della Marmolada. Un percorso formato da 24 tiri, il più difficile raggiunge il quinto grado. Assieme alla guida alpina e amico Fabio Giongo, ho conquistato la via».
Cosa la unisce ai tuoi compagni di avventure? La montagna significa anche legame?
«Secondo me la montagna è stata il motivo per legare, ti fa conoscere nuove persone e condividere esperienze. Chi ama la montagna è quasi predestinato a diventare amici, condividono una passione.
Nel suo futuro pensa di cimentarsi in nuove avventure o sport?
«Spero di sì. Adesso mi sono impuntato per fare un documentario sulla mia vita che cominciamo a girare ad agosto. Un altro mio obiettivo è fare il giro dell’Antermoia con la bicicletta. Per il mese di settembre avevo in progetto la scalata del Cervino. Una volta mi piacerebbe anche fare la traversata della Groenlandia. Come sport, alcuni compagni mi consigliavano di provare il parapendio. Io ho risposto loro che per il parapendio c’è tempo: si può volare anche a cinquant’anni».
Per finire, racconti un momento divertente che le è capitato durante una scalata.
«Con un mio compagno, l’anno scorso siamo andati a fare una via sci alpinistica sopra Colfosco, in Val Badia, lungo la Val Scura. Abbiamo scalato con i ramponi una cengia e in cima abbiamo trovato un cane. Abbiamo visto due sciatori davanti a noi e pensavamo fosse loro. Glielo abbiamo chiesto e ci hanno risposto: “No!”. Ma come ha fatto ad arrivare fino in cima al monte: ci sono quasi dieci metri di calata. Non sapevano niente. Noi siamo rimasti là un’oretta a mangiare e continuavamo a pensare al cane. La sera prima forse aveva seguito un paio di sciatori ed era finito là. Siamo partiti per scendere e il cane ci seguiva, facendo si un po’ di fatica. Siamo arrivati nel punto della calata. “Ma tu hai un imbrago per il cane” chiesi al mio compagno. “No” ovviamente mi rispose. Abbiamo legato il cane con una corda. Due altre persone poi sono arrivate e si sono offerte di aiutarci. Uno di loro lo ha preso in braccio e lo ha portato giù. Il cane pesava quasi quaranta chili, credo. Quell’esperienza proprio mi fa ancora ridere: è stato davvero divertente».

Fonte: adige.it

(c.a.)