Artigiano di Oschiri, ha vinto il bronzo nel triathlon alle Paralimpiadi di Rio 2016. Ha perso l’uso delle gambe cadendo da una scala a pioli mentre stava lavorando

«La spinta più forte è arrivata da mia moglie Costanza e dalle mie figlie. Mi dicevano: Se non per te farlo per noi». Giovanni Achenza ha 47 anni, è di Oschiri ed è un campione paralimpico. Tre anni fa ha conquistato la medaglia di Bronzo alle Paralimpiadi di Rio, nel triathlon, categoria Pt1.

A novembre il presidente della repubblica Sergio Mattarella, in occasione del Festival della cultura paralimpica, ha definito gli atleti paralimpici come «movimento sociale all’avanguardia che fa crescere il nostro paese», sottolineando una trasformazione culturale, come definita dal presidente del Cip (Comitato Italiano Paralimpico) Luca Pancalli, dal concetto di “paralitico” a quello di “paralimpico”. In questa trasformazione si colloca la storia di Giovanni, da artigiano ad ambasciatore sportivo. Dalle tenebre più scure alla luce. Da timoroso dell’acqua a nuotatore olimpico.

Nel marzo 2003 Giovanni Achenza cade da una scala a pioli da un metro e mezzo di altezza, mentre posiziona vetro-mattoni in una casa ad Oschiri. Una cosa semplice da fare prima della pausa pranzo. La caduta è rovinosa. Sbatte la testa e perde molto sangue, tanto che il manovale, credendolo morto, urla e scappa via in paese. Il cantiere si riempie velocemente di compaesani e quando Giovanni riprende i sensi riconosce subito il volto del medico di famiglia e della madre. «Non avevo ancora capito cosa avevo. Ho provato ad alzarmi un paio di volte, ma il medico aveva già capito che era una lesione midollare».

Il difficile inizia dopo l’intervento. «Ero abituato a lavorare dalle 7 del mattino alle 9 di sera – ricorda Giovanni –. Ero abituato ad avere un’azienda da portare avanti e invece mi trovavo bloccato su un letto». Mentalmente sotto shock e letteralmente ammutolito, scatta qualcosa solo quando inizia la riabilitazione e conosce un ragazzo di Buddusò che, dopo un incidente in moto, inizia a camminare nelle parallele. Ciò che lo colpisce di più sono la sua tenacia e forza nel rimettersi in piedi. Così la mente si rimette in moto e il riuscire a passare dal dover stare coricato al poter stare seduto sulla carrozzina comincia a dare un senso alle sue giornate. Perciò tra qualche urlaccio ai medici ( «Mi dovete lasciare seduto tutta la sera e non 10 minuti!») e il sostegno e la grinta della moglie, che lascia anche il lavoro per stargli accanto, la tempra del campione paralimpico inizia a venir fuori.

D’altronde «Giovanni è forte e duro come un pezzo di granito sardo da scolpire». Così lo descrive il campione Vittorio Podestà, che forse più di tutti ne coglie l’essenza.

Giovanni Achenza tre anni fa è salito da solo sul podio di Rio, ma il successo è di una famiglia che vince, che si fa squadra nell’affrontare le difficoltà. Difficoltà che si manifestano non in gara, ma nella quotidianità. «Ho sempre cercato di non farlo sentire diverso – racconta la moglie – Non ha l’uso delle gambe ma può muoversi con le braccia. Perciò lo spingevo a prendersi l’acqua da solo, non dovevo sempre portagliela io».

Fonte: lanuovasardegna.it

(s.c./l.v.)