L’intervista a Patrizia Saccà, campionessa di tennistavolo, che parla del suo nuovo libro sulle posizioni di yoga adattate a chi è in carrozzina.

Patrizia Saccà non avrebbe bisogno di presentazioni: medaglia di bronzo alle Paralimpiadi di Barcellona ’92, 18 volte Campionessa Italiana, tra le prime dieci giocatrici di tennistavolo al mondo per quasi vent’anni e numerosi altri titoli nazionali ed internazionali parlano da soli. Eppure, dopo una luminosa carriera e dopo essere stata una pioniera dell’attività sportiva riabilitativa all’interno delle unità spinali, Patrizia ha trovato un nuovo obiettivo su cui concentrarsi: promuovere la pratica dello Yoga tra le persone con disabilità; per farlo, dopo trent’anni di esercizio individuale ha preso il brevetto di istruttrice (prima persona con disabilità in Italia e, forse, nel mondo) e scritto un libro. Yoga a raggi liberi (realizzato con la collaborazione dell’amica e giornalista Cecilia Martino e auto-prodotto attraverso la piattaforma Boopen) è un manuale di Yoga che presenta i dodici asana (parola in sanscrito usata per indicare le varie posture) del Surya Namaskar (Saluto al Sole), studiati appositamente per essere praticati in posizione seduta, adattabili a chiunque. Un manuale particolare, che si presenta come un opera d’arte vera e propria: ogni asana, infatti, è accompagnato da una citazione di un mistico, della Bibbia o da stralci di poesia. Nella copertina, inoltre, è presente un’opera dell’artista Veronique Torgue su cui è stata sovrapposta una foto stilizzata dell’autrice, realizzata da Maren Ollmann; dal titolo è stato sviluppato anche un logo, realizzato da Federico Solito.

Cos’ha motivato Patrizia ad addentrarsi nei meandri della disciplina orientale? Perché ha deciso di scrivere un manuale? L’abbiamo chiesto direttamente a lei!

Patrizia, quando hai scoperto lo Yoga e come?

Iniziai a praticare Yoga nel 1991 perché avevo bisogno di trovare concentrazione e rilassamento in vista delle Paralimpiadi di Barcellona ’92. All’inizio pensai che potesse servirmi esclusivamente per vincere ma, in seguito, capii che si trattava anche di una forma di tranquillità interiore che mi permetteva di usare la mente laddove c’era la paura; Yoga, in sanscrito, significa unione e nello sport ti aiuta a diventare la pallina nel tennistavolo, la freccia nel tiro con l’arco… Il mio maestro Mario Di Grazia fu fondamentale per raggiungere questa mentalità.

E ora, dopo trent’anni, quell’allenamento mentale cos’è diventato?

Il mio ego volitivo è, in teoria, lontano anni luce dalla meditazione e dalla contemplazione insegnata dallo Yoga. Quando facevo agonismo, le posture e le respirazioni del cosiddetto Hatha Yoga mi servivano per riequilibrare il mio corpo, per trasmettere benessere alla mia schiena e alle mie gambe e per trovare la pace interiore in modo da essere reattiva nelle frazioni di secondo che decidono il tennistavolo; dopo trent’anni mi sono sentita pronta per proporlo anche ad altri.

…e hai presto il brevetto da istruttrice, perché?

Quando mi capita di partecipare, come relatore, a convegni del CIP o delle scuole, spesso mi chiedono come abbia fatto a sopravvivere “in forma” a 48 anni di paraplegia. Di solito rispondo che la competizione mi ha salvato dal punto di vista mentale mentre lo Yoga, la disciplina dello spirito, è stato fondamentale per spingermi a fare una vita sana e senza eccessi, soprattutto dal punto di vista alimentare. Ad un certo punto mi sono detta: perché non trasmettere qualcosa che, a me, ha fatto bene? Diciamo che mi è sempre piaciuto imparare cose nuove da trasmettere ad altre persone con disabilità e l’universo ti mette sempre sulla strada ciò di cui hai bisogno: grazie ad alcune persone lungimiranti come Alberta Mazzone e Aurora Losapio ho avuto la possibilità di cominciare. Il mio obiettivo, da insegnante, è quello di non escludere nessuno.

Che rapporto hai con la spiritualità?

Credo in Dio e amo la figura di Gesù, così come mi piace leggere i testi sacri dalla Bibbia al Bhagavadgita. Insieme alle asana del Saluto al Sole, nel libro ho inserito citazioni di grandi saggi e mistici indiani come Aurobindo, ma anche di Papa Francesco o San Francesco d’Assisi.

Il tuo rapporto con la spiritualità è cambiato dopo l’incidente?

No, anche se da bambina vissi molto male, in collegio, il rapporto con suore molto severe che trasmettevano una disciplina rigidissima. Pur non entrando in chiesa per moltissimi anni, comunque, sono sempre stata affascinata dalla figura di Gesù tanto da non sentirmi né atea né agnostica; vedo Dio in ogni cosa.

Raccontaci del tuo viaggio in India…

Era il 2016 e stavo attraversando un momento triste dovuto ad un cambiamento radicale nella mia vita sentimentale: così, per preparare l’esame da istruttrice di Yoga, trovai coraggio e presi la decisione di sperimentarmi in questa nuova realtà: dopo un viaggio di 24 ore sono stata, per 35 giorni e in carrozzina, nell’Ashram del grande mistico Ramana, il mio sogno, e nel Matrimandir (un centro di contemplazione ad Auroville), un luogo meraviglioso, circondato dal silenzio e dalla luce naturale; ci ritornerò a fine anno per fare attività di volontariato.

Quando e come ti è venuta in mente l’idea di adattare il saluto al sole ai carrozzati?

Il Saluto al Sole è l’esercizio più dinamico, ci sono milioni di asana a disposizione: ho capito di poterle fare provando su me stessa, adattando le posizioni fatte dalle persone normodotate. Chiaramente ho pensato che amputati, paraplegici e tetraplegici non potessero fare tutto, per questo ho coinvolto insegnanti di Yoga, osteopati e fisioterapisti: grazie al loro aiuto sono riuscita a preparare il manuale, che è anche stato anche la tesina del mio esame e depositato come brevetto. Le posizioni sono 12 e possono essere usate a scopo meditativo o dinamico, anche solo dieci minuti al giorno in ufficio come esercizio di respirazione o come stretching della parte lombosacrale; i benefici possono riguardare anche la tiroide e gli organi genitali.

Perché lo Yoga è ancora così poco praticato tra le persone con disabilità?

Tanti mi dicono di essere stati indirizzati dai fisioterapisti dopo aver ricevuto indicazioni sull’impossibilità di praticare Yoga. Dal mio punto di vista, tra gli istruttori c’è ancora una scarsa conoscenza della disabilità, per questo mi piacerebbe organizzare un corso specifico.

Mi faresti un esempio di asana adattato?

Nella posizione del Cobra, normalmente, la persona dovrebbe sistemarsi in posizione prona e inarcare la schiena. Nel mio Yoga a Raggi Liberi, con le mani appoggiate alla carrozzina si fa forza sul bacino portando il collo all’indietro e lo sguardo verso l’alto, dopodiché si inarca la parte lombosacrale e, come fase finale, si cerca di sollevare il bacino. Questo esercizio andrebbe fatto secondo le proprie possibilità, se fatto nel modo corretto è importante perché allunga tutta la colonna vertebrale, distende il torace, apre il diaframma, allunga le pareti addominali e rinforza la vescica.

Parliamo del titolo…perché Yoga a Raggi Liberi?

Perché, banalmente, quando me l’hanno chiesto ho pensato ai raggi del sole, che alla fine sono anche quelli della sedia a ruote! Mi piaceva l’idea di libertà che esprime la ruota che gira, così come la terra che gira intorno al sole: quando le persone sono in cerchio formano proprio un sole, e i loro movimenti fatti con le braccia ricordano i raggi.

Yoga a Raggi Liberi è dedicato a qualcuno in particolare?

A mia mamma, scomparsa dieci anni fa. Il mio obiettivo era quello di farlo uscire esattamente il 13 maggio, in occasione della Festa della Mamma: tutto questo è stato possibile grazie all’auto-produzione perché la casa editrice, seppure molto disponibile e sensibile, per una questione di tempi pratici di produzione non avrebbe potuto realizzare il mio desiderio. Vorrei ringraziare, in modo particolare, la mia amica giornalista Cecilia Martino, che si è occupata dell’editing innamorandosi del progetto e non volendo nulla in cambio.

Adesso che il libro è pubblicato, quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Esportare la mia “creatura” in tutta Italia e divulgarla laddove le persone con disabilità devono far ripartire la propria vita. Il percorso è già iniziato alla Casa dei Risvegli di Bologna e all’Unità Spinale di Ancona, dove un istruttore sta già facendo attività con il mio libricino; presto dovrei andare al Niguarda di Milano e parlare con quelli di Torino, mentre spero di coinvolgere anche il Santa Lucia di Roma. Per quanto riguarda il futuro mi piacerebbe scrivere un secondo libro lavorando sulle patologie più gravi come la tetraplegia, ma anche con i malati di cancro per perseguire l’obiettivo della massima inclusione.

Come è stato accolto dal mondo paralimpico di cui sei una delle massime esponenti?

Ti rispondo con un breve estratto della prefazione, scritta appositamente per me dal presidente del Comitato Italiano Paralimpico Luca Pancalli: “Questa è una piccola e preziosa guida per trovare ciò che tutti cerchiamo per una vita: il centro e la radice di noi stessi. E la felicità come risultato massimale. Ma le ha prese dallo sport, che l’ha vista protagonista in tutto il mondo di sfide mozzafiato fino all’ultima pallina nel tennistavolo, molte delle tecniche che qui riconduce alla mistica pratica indiana dello Yoga. Come attingere all’equilibrio interiore per poter affrontare una sfida al meglio, capitalizzare le energie, imparare a respirare correttamente, esercitare la volontà e la consapevolezza, conoscere profondamente le proprie potenzialità e limiti, enucleare l’essenza di ogni sforzo in allenamento, per metterlo a frutto in maniera vincente”.

Fonte: disabili.com