Oristano, corrono uniti da una cordicella: puntiamo alla maratona di New York. Andrea: «Da piccolo mi mancava sugli spalti alle partite, ma ora questo sport è solo nostro»

Quando è rimasto sepolto sotto quaranta quintali di legname, nel laboratorio che condivideva con il fratello in zona Città Studi a Milano, il futuro era solo una scommessa d’azzardo e la corsa neppure un’eventualità. Dopo quindici giorni di coma, la sentenza arrivò definitiva: Gabriele Pianu era diventato cieco. Aveva già due figli, Daniela e Andrea, e sette Stramilano infilate una dopo l’altra al passo di sempre: allegro. «I sardi sono duri di testa, si sa, ma quel giorno più di un santo mi ha voluto aiutare», dice per telefono con la voce che si scalda in toni vivaci mentre racconta la sua vita «fortunata». «Siamo ritornati in Sardegna, non potevo più lavorare in falegnameria. Ho frequentato un corso per centralinisti non vedenti e mi sono trovato un nuovo lavoro». A Masullas, nell’Oristanese, nasce Lauretta, la terzogenita. «E da 68 chili, mi sono ritrovato a pesarne ottantasei: è che mi piaceva mangiare, la vista non c’entrava nulla».

Dal tapis roulant alla maratona

Ha cominciato in casa con un tapis roulant, ascoltando Vasco Rossi e Bob Marley. «Poi un giorno è venuto a fare manutenzione nel mio ufficio un ragazzo, Pietro Uras. Parlando del più e del meno è saltato fuori il discorso della corsa, a vent’anni il mio personale nella mezza maratona era di 1:21. Mi ha proposto di uscire insieme, prima un chilometro, poi due, nel 2007 la prima maratona a Roma, il 18 marzo». Da allora Gabriele, oggi sessantenne, ha incontrato altri «angeli custodi», come li chiama lui: Mariano Littera, Antonio Dedoni, runner, ma soprattutto, nel tempo, amici. «Con Mariano nel 2011 siamo andati anche a New York: avevo trovato degli sponsor che avevano coperto due terzi della spesa».

Una guida molto speciale

Da due anni, però, Gabriele ha una guida ancora più speciale di tutte quelle avute finora. «Adesso mi accompagna mio figlio Andrea, ha 33 anni. È lui che mi porta al lavoro e mi viene a riprendere, ed è con lui che faccio gli allenamenti tre volte alla settimana, oltre alle gare la domenica». Cordicella di un metro, asole ai polsi, è il giovane Pianu a dire al papà «destra», «sinistra», o «destra destra» se deve sterzare di tanto. «Alla “mezza” di Alghero al ventesimo chilometro volevo mollare, ero stanco perché avevamo corso più veloce del mio solito, ma Andrea mi ha messo la mano nella spalla e praticamente mi ha spinto per l’ultimo tratto».

La versione del figlio

Chiamato in causa, il figlio interviene con sincerità disarmante. «Quando ero piccolo papà non poteva venire a vedermi giocare a calcio, ovviamente, e questo mi è mancato. Così per me correre insieme è una forma di compensazione, abbiamo trovato uno sport da condividere. È una cosa bellissima per un padre e figlio, e lo dico al netto della disabilità, che comunque aggiunge valore: papà è il mio Zanardi». Gabriele ha due sogni. Uno riguarda soltanto lui: «Mi piacerebbe che corressero più atleti non vedenti, perché qui in Sardegna ci possiamo contare sulle dita di una mano e non c’è competizione». L’altro coinvolge il figlio: «Vorrei fare con Andrea la maratona di New York, ma abbiamo bisogno di sponsor». Di trovarsi accanto sua moglie Filomena in calzoncini e scarpette neanche lo spera più. «Lei preferisce dare il suo contributo accogliendoci al rientro con un bel piatto di pastasciutta. Il massimo che posso chiederle è di fare una passeggiata insieme». Mano nella mano.

Fonte: corriere.it

(s.c./m.l.)