Una medaglia che brilla al collo. Gli occhi sinceri, i modi semplici di un ragazzo come tanti. «Di San Michele, anche se adesso vivo in Borgo Venezia», sorride Manuel Pozzerle. Un nome che forse prima di qualche settimana fa conoscevano in pochi, prima di conquistare uno splendido argento alle Paralimpiadi invernali di Pyeongchang nello snowboard cross.

Pozzerle, passata la sbornia dopo questo grandissimo risultato?
Insomma, diciamo che non sono proprio il tipo per interviste o per stare davanti alle telecamere. Mi vedo sempre brutto nei video e nelle foto altro che.

Ne ha fatte parecchie foto l’argento di Pyeongchang…
Da settimane ormai sto facendo un grande sforzo, quasi più della gara. Scherzo ovviamente, è importante andare sui media, per dare visibilità a tutto il nostro movimento, faccio questo “sforzo” per far vedere che i disabili hanno qualità importanti e che con l’impegno e il sacrificio si possono ottenere grandi risultati, anche ad altissimo livello.

La medaglia era tra i suoi obiettivi?
Prima di partire ammetto che un po’ la sognavoa: negli ultimi quattro anni sono sempre stato nei top five a livello mondiale e quindi qualche speranza di podio ce l’avevo, nell’ultimo anno però non ho conquistato neanche una medaglia, puntavo ad entrare nella finale dei primi quattro. Io ho quasi 40 anni, gli altri erano tutti più giovani, di 33, 28 e 27 anni, è stato un grande risultato.

È stato un percorso spettacolare
In semifinale ho battuto Minor, era il più accreditato di tutti, se è al top non riesce a batterlo nessuno. Sono entrato nei primi quattro, nella finale per l’oro Patmore era partito bene, ha condotto un po’ meglio all’inizio, io non ho tenuto la tavola a curva sei, mi è scappato avanti e non l’ho più preso ma sono contentissimo comunque.

Quanto ci si allena per arrivare così in alto?
Tre o quattro volte la settimana in palestra durante il periodo estivo, nel periodo invernale usciamo nei weekend tre o quattro giorni, poi ancora palestra, insomma quasi tutti i giorni.

Ha un posto preferito?
In Canada, non è comodissimo direi. Qui vicino ci sono poche piste, la struttura più vicina è a Bellamonte a due ore e mezza di strada, ed è comunque una struttura turistica poco adatta all’agonismo, il livello per noi è molto basso.

Quando inizia invece la passione per lo snowboard?
Circa a 20 anni, andavo la domenica con gli amici ma non facevo gare. Quelle sono arrivate dopo l’incidente…

Come ha cambiato la sua vita?
L’incidente è stato nel 2008 in moto, ho subito tre interventi e dopo l’ultimo abbiamo deciso di amputare la mano, era più semplice e più facile anche se so che sembra assurdo: dopo due mesi di ospedale volevo uscire il prima possibile, il metodo più pratico era quello di tagliare via la mano o quello che ne rimaneva, sarebbe guarito prima.

Come è tornato sulla neve?
Dopo un paio d’anni ho ripreso, la forma fisica era precaria ma un’ amica mi ha proposto di fare delle gare per i disabili, ho provato e sono arrivato ultimo: mi è piaciuta la competizione, adrenalina incredibile, la adoro. L’anno dopo sono arrivato primo, sono stato campione italiano a Prato Nevoso in Piemonte ed entrato nella squadra nazionale.

Continuando a salire fino alla medaglia olimpica…
La dedico a Sara e Nives, mia compagna e mia figlia, Sara ha dovuto sopportare tante assenze, e ovviamente a tutti gli amici e allo staff tecnico della Nazionale, davvero super.

Il futuro cosa può riservare?
C’è ancora in ballo l’oro in realtà…scherzo, mi accontento dell’argento però vado avanti, di certo non smetto. Mi prendo una pausa fino a settembre e, poi ci penseremo.

Fonte: larena.it

(s.c./p.c.)