Siamo andati a conoscere gli atleti della nazionale italiana amputati che si sono qualificati ai campionati Mondiali che si terranno in Messico il prossimo autunno

Diventare un calciatore è il sogno di tutti i bambini. E c’è chi a questo sogno non ci ha mai rinunciato. Francesco ha sfidato le avversità della vita continuando a calpestare i campetti con una protesi alla gamba destra.

Ma il ruolo di portiere gli stava stretto e alla protesi preferiva le stampelle. Col tempo ha capito di non essere solo e, tramite Facebook, ha dato vita alla prima nazionale di calcio composta da atleti amputati che a novembre parteciperà per la seconda volta ai campionati mondiali in Messico.

Francesco realizza il suo sogno: fondare la Nazionale amputati

Una nazionale nata ad Assisi cinque anni fa l’8 dicembre 2012, grazie al Centro Sportivo Italiano che ha aiutato e sostenuto Francesco Messori, un 14enne nato senza la gamba destra, a realizzare il suo sogno. “Con le stampelle non potevo disputare partite ufficiali insieme ai normodotati, ma l’ex presidente del Csi, Massimo Achini, ha cambiato le regole e mi ha dato la possibilità di giocare e di tesserarmi”, ci spiega Francesco che oggi ha 19 anni.“Da lì si è aperta una grande porta che mi ha permesso di realizzare il mio secondo sogno, quello più grande: potermi confrontare sul campo con ragazzi che avessero il mio stesso problema. Così ho reclutato dei ragazzi su Facebook e dal 2012 abbiamo iniziato a girare l’Europa”, ci racconta con una punta d’orgoglio.

Il quinto posto all’Europeo vale l’ingresso ai Mondiali

“Ci siamo qualificati ai mondiali arrivando quinti all’europeo giocato ad ottobre ad Instabul, ma abbiamo avuto grande visibilità mediatica solo dopo che la Nazionale maggiore di calcio ha perso contro la Svezia”, ci dice Emanuele Padoan, giovanissimo centrocampista di questa straordinaria squadra, che abbiamo incontrato a Roma al termine dell’ultimo stage di preparazione prima del triangolare contro Francia e Turchia che si terrà a Fano dal primo al cinque di febbraio. Renzo Vergnani, presidente e allenatore della nazionale, non vede l’ora di affrontare la sfida e rivela:“Da settembre, un mese prima della qualificazione, Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico ha voluto che facessimo parte della Fispes (Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali, ndr) e, così, presto nascerà anche il primo campionato di club di calcio per amputati”. Ad accompagnare i ragazzi della nazionale nel loro ritiro romano, troviamo Gianni Sasso, 48 anni, il calciatore/preparatore atletico della squadra che nel 2016 ha partecipato alle Paralimpiadi di Rio, classificandosi nono nella gara del Triatlhon. “Ho perso la gamba a 16 anni ma fino ai 36 ho giocato ad Ischia con i normodotati, poi ho fatto maratone. Dopo che in una di queste gare ho fatto il record del mondo sono stato contattato da Francesco Messori e così è iniziata la mia avventura”, ci racconta Gianni che non gradisce la contrapposizione con gli azzurri che, a differenza loro, non si sono qualificati per i Mondiali in Russia.“Da italiano – dice – mi ha fatto male vedere la nostra squadra uscire contro la Svezia. Penso che sia il sistema a dover essere rifondato, nel calcio non contano tanto i soldi o gli sponsor ma allenarsi con dedizione”.

Uno sport per tutte le età e dalle grandi emozioni

E il loro allenamento, ci spiegano, non è molto diverso da quello svolto dai calciatori normodotati anche se, ovviamente, ci si concentra di più sulle spalle. Correre con le stampelle è molto faticoso, assicurano i ragazzi. Una partita dura in totale 50 minuti e si gioca in sei contro sei, più il portiere, in un campo di 60 metri per 40. Il portiere deve avere entrambe le gambe e un solo braccio e non può uscire dall’area. Ai calciatori, invece, non è consentito usare il moncone né le stampelle ma soltanto l’unica gamba che resta. L’uso volontario delle stampelle per colpire la palla è punito come se fosse un ‘fallo di mano’. L’età media dei calciatori varia notevolmente. “Abbiamo 4 o 5 ragazzi di 19 anni, 3 o 4 sulla trentina, poi ci sono Gianni Sasso e Luca Zavatti che hanno quasi 50 anni”, ci spiega Emanuele Leone, un ragazzo di 28 anni che a 15 ha perso la gamba dopo un incidente automobilistico. Per lui “la gioia più grande è stata comprare la scarpa da calcio dopo 8 anni”. “Indossare la maglia azzurra, cantare l’inno e rappresentare il nostro Paese è un’emozione unica”, ci assicura.

“Sto giocando il secondo tempo della mia vita”

Uno dei veterani di questa nazionale è Luca Zavatti, 49 anni, con un passato da calciatore in Eccellenza tra gli anni ’90 e 2000. “Nel 2011, a 43 anni, un Suv mi ha investito mentre ero in moto e mi ha preso direttamente la gamba che ho perso quasi subito. Sono stato qualche giorno in coma e ho fatto tredici trasfusioni ma, poi, con l’amore e l’aiuto della mia famiglia e dei fisioterapisti, sono ripartito”, ci racconta. “Volevo giocare il secondo tempo della mia vita”, aggiunge con la gioia negli occhi di chi ha ritrovato la voglia di vivere:“Colpire una palla di testa, giocare per dieci o quindici minuti, fare un anticipo mi dà molta adrenalina. Lo sport è la metafora della vita. Fare gruppo in campo è come fare gruppo in famiglia o a lavoro, da soli non si va da nessuna parte”. “Se non perdevo la gamba non avrei mai vestito la maglia azzurra. Dopo il dolore si può rialzare la testa: questo è il messaggio che portiamo in giro per il mondo”, ci dice Luca prima di salutarci per andare a cena insieme agli altri atleti.

Fonte: ilgiornale.it

(s.c./l.v.)