Specialista dell’Ironman, l’atleta rischiò di non poter nemmeno più camminare dopo un incidente in bicicletta nel 2002. Aveva 48 anni. Due vertebre rotte, la gamba sinistra insensibile. A fine mese correrà sette maratone in otto giorni in sette diversi Paesi africani con il suo handcyclo. L’ultima nel giorno del suo 63° compleanno

Sette maratone in otto giorni, in sette diversi Paesi dell’Africa australe. L’ultima, il giorno del suo 63° compleanno. Non è lo sfizio del solito miliardario deciso a dimostrare al mondo che il denaro non è tutto. È invece il passaggio, di certo non il traguardo, di una maratona lunga 15 anni. La corsa verso la completa rinascita di una donna speciale. Il suo nome per molti è una leggenda: Beth Sanden. Specialista dell’Ironman, fino al 2002 aveva finanziato la sua passione allenando triatleti o proponendosi come personal trainer. Poi le terribili conseguenze di un incidente in bicicletta sgretolarono ogni sua certezza.

Credeva di non poter tornare più neanche a camminare, Beth. Invece è stata la prima atleta disabile a fare sette maratone in sette continenti e a fine mese affronterà il Southern African Challenge, appunto sette maratone in otto giorni, dal 28 luglio a 6 agosto, tra Sudafrica, Lesotho, Swaziland, Zambia, Zimbabwe, Botswana e Namibia, con un unico giorno di riposo il primo agosto.

Quindici anni fa. In vista di un Ironman alle Hawaii, Beth Sanden stava affinando la sua preparazione partecipando a una corsa ciclistica a Temecula, città della California meridionale. Era in testa al gruppo quando, affrontando una curva in discesa a 80 chilometri orari, l’asfalto irregolare e bagnato la fecero letteralmente volare fuoristrada. La bicicletta le scappò via e planò in un canyon, lei si fermò prima, ma con due vertebre fracassate all’altezza del torace, il corpo paralizzato dalla vita in giù.

Il neurochirurgo non le fece sconti: le ossa della T-6 e T-7 erano messe talmente male che il midollo spinale era uscito dalla sede piegandosi come un organetto. La restava una possibilità di recupero del 10% nella mobilità della gamba sinistra, del 35% della destra. Nel primo periodo della riabilitazione, Beth non ci credeva più. Fu suo marito a darle forza, a esortarla a non mollare. Soprattutto, a spingerla nell’acqua di una piscina perché iniziasse a nuotare. Quattordici mesi dopo la spietata diagnosi del neurochirurgo, Beth tornò nel suo studio. Sulle sue gambe, aggrappata a un deambulatore. Lo specialista rimase a bocca aperta.

Fonte: repubblica.it

(s.c./l.v.)