Palosco, piccolo paese ai confini orientali della bergamasca, collocato alla confluenza dei fiumi Cherio e Oglio, ci ha regalato nel 1970 un grande campione e un grande esempio per tutti: Damiano Airoldi, atleta più che conosciuto nel mondo dello sport e in particolare nel Wheelchair Basket, il basket in carrozzina.

Una lunga carriera di sacrifici e successi lo ha portato a vestire maglie diverse, partendo da Calcinate e passando per Bergamo, Cantù e Roma. In tre anni qui ha vinto tutto, mancava solo il sogno della Coppa dei Campioni; il richiamo di casa però era troppo forte e quindi ecco che ritorna nella sua Bergamo. Lo chiamavano “il Geko” in Nazionale, perché nessun avversario riesce a liberarsi lui; in Italia e in Europa è riuscito ad alzare al cielo diversi trofei, tra cui 2 scudetti, 2 coppe Italia, 2 Supercoppe e 1 Coppa Europea. Il suo nome lo si può leggere tra le righe dei successi Azzurri degli ultimi 20 anni.

Dello sport lui ha sempre condiviso la passione, la grinta, il rispetto, l’etica e i valori, anche quando nel 1987 un incidente lo ha costretto alla sedia a rotelle.

Ex promessa del ciclismo oggi guarda quella sedia con gli occhi della tigre e si emoziona quando ripensa – con la consapevolezza che hanno i campioni- che grinta e volontà lo hanno portato ai vertici dello sport che conta. Lui che giocava come guardia per la Nazionale Italiana di basket in carrozzina e che fu uno dei protagonisti alle Paralimpiadi di Londra del 2012, per esempio, o prima ancora ai giochi di Atene del 2004.

Abbiamo avuto il piacere di scambiare due parole con lui avvicinandoci ad un mondo che forse nel 2017 è ancora troppo nascosto (o ignorato?).

Comincerei col chiederle come si è avvicinato al Wheelchair Basket?

L’idea è nata quando sono stato ricoverato a Mozzo in seguito all’incidente che mi ha reso paraplegico. Io prima correvo in bicicletta, ero una promessa della bergamasca; in ospedale Luigi Galluzzi, presidente dell’allora Phb Bergamo, ha alimentato la mia passione per lo sport e non mi ha permesso di arrendermi. Mi ha avvicinato al basket in carrozzina e per questo non smetterò mai di ringraziarlo. Era il 1988 (l’incidente risale alla fine dell’ ’87), mentre nell’ ’89 feci le prime prove in palestra. Non fu affatto facile a causa delle carrozzine di quegli anni: erano praticamente tutte uguali, oggi invece sai che non è così, si lavora molto su di esse. Variano innanzitutto in base alla disabilità di ognuno di noi, considerando pesi e altezze.

Pensando anche a quelli che non se ne intendono, a livello di regolamento che grosse differenze ci sono con la pallacanestro?

Allora, iniziamo col parlare del quintetto in campo, perché sta qui la differenza grossa. Tutti noi atleti siamo sottoposti ad una valutazione sul campo da parte di una Commissione Classificatoria; in base al nostro handicap ci viene fornito un punteggio che va da 0,5 a 4,5. Mi spiego meglio: il punteggio identifica le nostre capacità residue, ovvero più il punteggio è basso più è grave la disabilità. In caso contrario il punteggio si alza (ad esempio per un giocatore con una gamba amputata). Ogni squadra inoltre può schierare in campo un normodotato che gareggia chiaramente in carrozzina come noi, il quale ha un punteggio di 5,5. Tutto ciò perché la somma dei giocatori in campo non deve superare i 14,5 punti, al fine di equiparare le squadre. (Tutto questo perché anni fa Israele vinceva i campionati mondiali a mani basse perché schierava per lo più poliomielitici, ndr). Poi, lasciando perdere l’ovvietà della presenza delle carrozzine, un’altra differenza è che noi abbiamo un altro tipo di infrazione di passi: se spingiamo la carrozzina per più di tre volte facciamo passi (chiaramente senza palleggiare, mantenendo cioè il pallone sulle gambe), mentre per il resto possiamo spingere la carrozzina, fermarci e ripartire. In questo caso senza dimenticare il palleggio, ripeto! Altre differenze sostanziali non ce ne sono, a partire dai campi e dalle loro misure, alle altezze e al calcolo dei secondi che sono praticamente tali e quali al gioco del basket.

Lei è di Palosco e oggi gioca a Bergamo: ci piacerebbe avere una panoramica della sua carriera di atleta professionista e capire perché è ritornato ad allenarsi qui.

Ti rispondo subito: sono tornato a casa mia: era questo quello che desideravo. Sono sempre stato molto patriottico e sinceramente non è mai stato nei miei piani andare via. Però devo dirti che vestire la maglia di altre squadre era un premio al mio impegno, alla mia tenacia e alla voglia di emergere. Oltretutto prima non c’era la stessa competitività ed il mercato di adesso: c’erano meno stranieri, e la bellezza di quegli anni era il voler coltivare i giovani del tuo territorio, i cosiddetti prodotti del tuo paese. Con Phb siamo anche arrivati terzi o quarti, ma ad un certo punto mi sono reso conto che avevo voglia di qualche stimolo in più. E allora sono andato a Cantù, anzi, a Seveso, e ho giocato lì 5 anni. Poi deciso a sposare un determinato progetto sono ritornato a Bergamo ma le cose non sono andate come speravamo, e allora ecco che sono ripartito alla volta di Roma, e ho giocato nelle file del Santa Lucia. Infine sono tornato a Bergamo, e da allora abbiamo vissuto splendide emozioni, prima fra tutte la promozione in A1. Quest’anno temo retrocederemo, anche perché senza saperlo l’anno scorso la retrocessione interessava una squadra su 10, oggi 2 su 9. Il progetto mi piace comunque, quindi continuerò su questa linea insieme a tutti quelli che mi stanno intorno: vogliamo creare un’ossatura di squadra tale da essere competitiva a livello nazionale facendo crescere i giovani.

Praticare il suo sport che cosa comporta? Com’è la vita di un giocatore di basket in carrozzina?

Tantissimi (se non tutti) di noi non lo fanno come lavoro: io ad esempio ho sempre lavorato anche per uno studio commercialista. Però il tempo che occupano gli allenamenti, le partite, e le trasferte è parecchio; ad esempio quando ero a Roma mi allenavo 5 volte a settimana e spesso lavoravo da casa. Qui a Bergamo faccio tre allenamenti a settimana, dalle 20 a… Bé, fino a che siamo sfiniti e contenti! C’è tantissimo da fare e lavorare comunque, ogni giorno: devi aver voglia di fare fatica se vuoi arrivare ad un certo obiettivo, ma questo vale per lo sport in generale e per la vita.

Ma quanti sacrifici si devono fare per raggiungere certi livelli?

La mia idea è “palestra, palestra, palestra!” Ci devi stare lì, con passione, perché è quella la cosa che ti accende anche quando non ne hai più. Poi si deve guardare lo sport da un punto di vista più tecnico: in Nazionale all’inizio prendevamo batoste da tutti, inglesi, americani, francesi… Abbiamo capito che dovevamo migliorarci e negli Europei capimmo che potevamo salvarci in qualche modo. Ma il divario c’era. Abbiamo iniziato a lavorare più attentamente su noi stessi come atleti e sui mezzi: le carrozzine sono fondamentali, devono essere adeguate al tuo sport e chiaramente a quello che siete tu e la tua disabilità. Abbiamo ridotto il gap fino a vincere 3 Europei, con enorme soddisfazione, perché come ti ho detto il lavoro non è solo sul campo di gioco, ma anche fuori, a 360 gradi: impegno, tecnica e tattica e mentalità. Per certi versi in in Italia siamo ancora indietro; sarà la solita storia ma è vero. In Inghilterra per esempio già 15/20 anni fa lavoravano tantissimo con gli atleti disabili a livello di retribuzione per fare diversi stage. Qui la Nazionale vive invece sul lavoro dei club, è totalmente diverso.

Le persone che girano intorno alla squadra quindi sono parecchie: com’è il vostro rapporto?

Siamo oramai una gruppo di amici bellissimo, una grande famiglia, legati da un lavoro assiduo e una collaborazione instancabile. Un rapporto forte quindi non solo professionalmente parlando. Non c’è retribuzione se non per alcuni atleti, ma la voglia e l’energia che i fisioterapisti, i meccanici o gli accompagnatori dimostrano, denotano grandissima complicità e passione. C’è la mentalità vincente di chi ha voglia di spendersi e di dare tempo e sacrificio per questo progetto.

Vorrei chiederle a questo punto quali sono stati, fino ad ora, i momenti più emozionanti legati al Wheelchair Basket?

Da agonista ti dico che non c’è niente di più emozionante delle sconfitte e delle vittorie. Semplice: vincere o perdere è la cosa che ti appaga di più o che ti brucia di più dentro. Poi è chiaro, le persone e i luoghi incontrati ti fanno crescere e ti entusiasmano, anche perché li tutto viene amplificato facendo ciò che più ti piace. Ma per chi è abituato come me a lottare sul campo l’emozione più grande è quella che ti ho detto. Pensa, ancora oggi ricordo una sconfitta tremenda: durante le Paralimpiadi di Atlanta del 1996 stavamo vincendo una partita di 8 punti a pochi minuti dalla fine. Successo quello che è successo, abbiamo perso e da una possibile semifinale ci siamo ritrovati a giocare per restare nel girone europeo. Una ferita che non ha mai smesso di sanguinare fino a che non abbiamo vinto l’Europeo in casa, a Sassari, nel 2003: 7 anni dopo! Fu una vera e propria liberazione, perché lavorare per raggiungere certi risultati non è mai facile. E quando succede capisci che è realmente qualcosa di tuo: fatichi per anni, ma poi arrivi in cima ed è bellissimo.

Come vede oggi la situazione circa i giovani che desiderano avvicinarsi a questo sport?

La verità?! Sono abbastanza rammaricato dalla piega che stanno prendendo certe cose. Oggi si preferisce avere in mano uno smartphone piuttosto che sudare in palestra. Siamo in una situazione strana, e dico questo in relazione ai normodotati e non! Abbiamo sempre meno giovani accesi dalla passione sportiva; loro vengono in palestra, si siedono, ti guardano ma non si entusiasmano come facevamo noi una volta. Non hanno tutta questa voglia di mettersi in gioco e non capiscono il vero valore di tener fede ad un impegno: “sì sì, vengo!”, e poi ad ogni minima difficoltà spariscono, per un mal di schiena o chissà che altro. Se io dovessi andare in palestra solo quando sto bene staremmo freschi, ci andrei due volte l’anno! È un peccato perché lo sport è vita: è esempio e specchio di essa. Si affronteranno sempre dei problemi, e lo sport ti insegna come farlo! Che fai!? Ogni volta che incontri un ostacolo ti piangi addosso? Parlando stavolta più per i disabili, il Wheelchair Basket rappresenta anche di più! Ti aiuta ad inserirti in società, a superare gli ostacoli che trovi ogni giorni di fronte a te. Significa poter guardare con un sorriso un gradino inaspettato, sapendo che puoi superarlo. Impari a muoverti e a salire tranquillo sulla macchina o sul pullmino.

È questo per lei il basket in carrozzina quindi?
Questo e molto di più… Io l’ho sempre vissuto come un lavoro, ma di certo non pretendo che lo sia anche per gli altri. Detto ciò sì, per me è sinonimo di “vivere”: mi ha aiutato a non arrendermi dopo l’incidente e mi ha permesso di raggiungere grandi risultati, non solo sportivi. Sono diventato più forte e con un’autostima maggiore; ho una sicurezza diversa che mi ha aiutato a superare le paure e ad inserirmi in società. L’imprevisto lo so affrontare, ed è questo che auguro anche ai ragazzi: imparare ad essere più sicuri di sé e consci dei propri mezzi! Meccanici e non: il Wheelchair Basket aiuta anche a saper portare la carrozzina, e questa non è affatto una banalità. Vorrei che avessero la stessa voglia di rivalsa che leggo negli occhi degli atleti stranieri, che fossero più come noi ai vecchi tempi. Per me non è certo stato facile, ma ci ho messo grinta e volontà: grazie a ciò vedo il mio sport come una via di integrazione nella società.

Le chiederei allora un’ultima ispirazione: quali sono i prossimi obiettivi da centrare?
Bé adesso gioco e alleno, grazie anche all’ottimo aiuto di Ennio Pizzi, e sono felice. In primis però vorrei riuscire a far volare Bergamo nel massimo campionato di A. Non accadrà quest’anno ma di certo non mi arrenderò! Continuerò poi con l’SBS (Special Bergamo Sport) e da un po’ sto provando l’Hand Bike. Non è molto diverso dal ciclismo per cui per me è stato come ritrovare un vecchio amore. Certo non può essere nient’altro che un hobby, perché intraprendere una disciplina paralimpica solo sei mesi non è contemplabile: c’è agonismo e competitività anche qui, la cura del particolare e quell’attenzione ai dettagli che richiedono massimo impegno… Per cui me lo tengo come interesse estivo da quando ho lasciato la Nazionale, e continuerò ad inseguire successi con passione giocando per la mia Bergamo.

Fonte: bergamonews.it