Fino al 2 agosto, a Los Angeles, si svolgono  le olimpiadi sportive dedicate a persone con disabilità intellettive. Abbiamo incontrato gli atleti italiani.

italiaspg“Paola ha cominciato a gareggiare nelle competizioni di Special Olympics quattro anni fa. Ecco, in questi quattro anni è cambiata radicalmente. Io che sono suo padre l’ho notato in prima persona. Si diverte e si è appassionata ancora di più al nuoto, che pratica da sempre. Queste gare l’hanno aiutata anche ad aprirsi di più con le altre persone e a riuscire a essere a suo agio nelle situazioni di tutti i giorni dove non c’entra lo sport”. Sono le parole di Franco Giorgetta, papà di Paola che ha vinto la medaglia di bronzo nei 50 metri di nuoto. È questo lo spirito delle Special Olympics, le olimpiadi sportive dedicate a persone con disabilità intellettive in corso fino al 2 agosto a Los Angeles.

Nelle cerimonie delle Special Olympics tutti i partecipanti vengono premiati con una medaglia, il podio diventa così lunghissimo e comprende otto concorrenti. “Mi piace stare in piscina. La gara che preferisco è lo stile libero” racconta Paola, che dal Molise è arrivata per la prima volta negli Usa. Con lei altri cento atleti che fanno della compagine italiana una delle più numerose di tutto l’evento. Più di trenta gli accompagnatori qualificati al seguito, fra insegnanti di educazione fisica ed educatori che come volontari hanno deciso di dedicare il loro tempo ai ragazzi delle Special Olympics.

Anche dalle loro parole si può provare a comprendere l’importanza di una manifestazione del genere. “Lavoro in questo campo da anni e non potrei cambiare – spiega l’allenatrice di nuoto Lucia Zulberti – questo impegno mi è entrato nel sangue perché ti cambia la vita. Vedere il sorriso degli atleti a fine allenamento è una magia che non ho trovato in alcun altro sport”. Il fatto che siano gli atleti ad aiutare i coach è un’opinione condivisa e anche la presidente del comitato Alessandra Palazzotti lo conferma: “Loro per me sono un esempio. Perché mi hanno insegnato a non mollare mai, a superare le difficoltà e a prendersi le proprie responsabilità. Per me è una fonte d’ispirazione continua che mi ha fatto innamorare di questi ragazzi”.

Camminando per il campus del college Usc dove si svolgono le gare, questa idea prende ancora più significato. Osservare gli atleti della Nigeria o della Siria e pensare che da nazioni povere e in guerra, dove la loro condizione è fonte di estremo isolamento, ora siano in un altro continente per fare sport simboleggia la dedizione di queste persone.

Molti di loro, oltre a essere venuti senza genitori, sono anche con accompagnatori mai conosciuto prima: una situazione di totale novità affrontata con la massima passione. Senza dimenticare il divertimento, perché le interazioni fra atleti di nazionalità e sport diversi non si contano e le storie d’amore sono all’ordine del giorno, come raccontano gli allenatori. Per dare l’opportunità a più persone di prendere parte a queste olimpiadi, un atleta può partecipare una volta sola e, nel caso dell’Italia, deve venire da tre anni di allenamenti e test.

La parentesi negativa c’è e riguarda la Rai. Dopo aver promesso di trasmettere le immagini in diretta, Raisport non lo ha fatto perché nei filmati che sono arrivati erano presenti commentatori americani e, a quanto pare, non era pronto un interprete. Così i primi giorni di gare non sono andati in onda sulla rete pubblica (ma su Sky sì, con sottotitoli). Pare che negli ultimi giorni la Rai possa tornare a trasmettere le gare come assicurato prima del debutto. Intanto si possono seguire i risultati sulla pagina Facebook delle Special Olympics Italia e sul sito Io adotto un campione dove con un versamento si può aiutare la spedizione.

Fonte: wired.it