L’edizione londinese dei giochi paralimpici è stata senza ombra di dubbio quella più emozionante e meglio riuscita della storia: gli stadi erano sempre pieni e affollati (non solo per l’atletica e il nuoto, ma anche per basket e rugby in carrozzina oppure per il goalball giocato dai non vedenti), il pubblico competente e sempre partecipe all’azione che si stava sviluppando sui vari teatri delle competizioni; ma, soprattutto, un pubblico che era lì non per essere parte integrante di un grande happening ma perché sapeva ciò che andava a vedere.

 

Un ultimo particolare, sebbene non di poco conto: in tribuna erano numerosissime le famiglie con i bambini, segno tangibile che vi era una spinta positiva verso l’educazione dei più piccoli a quello che può rappresentare il diverso, ad affrontarlo e non a temerlo o peggio a demonizzarlo o irriderlo.

 

Questo accadeva in Inghilterra. E in Italia? In Italia il calcio andava pian piano riprendendosi i suoi spazi dopo che i Giochi Olimpici di fine luglio l’avevano relegato in fondo ai quotidiani, sportivi e non solo; inoltre un quanto mai incauto Paolo Villaggio lanciava una provocazione definendo i Giochi Paralimpici come una specie di fiera del dolore e una sua esaltazione. Niente di più sbagliato: ciò che andava in scena a Londra non era una sfilata di fenomeni da baraccone, ma una vera e propria festa dello sport messa in scena da persone da cui molti avrebbero solo da imparare.

 

In realtà un errore peggiore c’è ed è stato compiuto: se infatti gli atleti che han partecipato alle Olimpiadi hanno comunque avuto il loro momento di notorietà quadriennale fra un campionato di calcio e l’altro (ma su questo discorso ci sarebbe da scrivere un libro, senza contare che già sono stati spesi i proverbiali fiumi di inchiostro), gli atleti Paralimpici sono caduti immediatamente nell’oblio.

 

Sarebbe fin troppo facile finire nel tranello della facile demagogia e scaricare tutto sul calciocentrismo dell’italica penisola, ma purtroppo siamo di fronte a un dato di fatto ben preciso: aldilà di Alex Zanardi – la cui grandezza e fama sovrastano il fatto che ha vinto due medaglie d’oro a Londra – che ora è anche un ottimo conduttore televisivo con il suo “Sfide”, nessun altro atleta ha avuto la glorificazione che merita, nemmeno Cecilia Camellini che con le sue medaglie ha risollevato il nuoto italiano che era affondato nei Giochi Olimpici.

 

E come per lei, è stato così anche per Martina Caironi, Oscar De Pellegrin, Assunta Legnante, e tutti gli altri azzurri che hanno contribuito alla costruzione del ricco bottino con cui la spedizione italiana è tornata a casa da Londra. Il tutto suona ancora più triste se rapportato agli altri paesi, dove gli atleti paralimpici sono diventate delle vere e proprie star in Patria.

 

Facciamo l’esempio del nuoto, lo sport che ho avuto più modo di seguire in queste ultime Paralimpiadi: Jessica Long, che non rinunciava mai a un filo di trucco prima di scendere in acqua, in America è una vera e propria star ed è stata ospite a varie trasmissioni radiofoniche e televisive, ha fatto shooting fotografici (lei che al posto delle gambe ha le protesi), partecipato a tutti i gala sportivi d’America. Stesso discorso per Jacqueline Freney (otto ori in altrettante gare a cui ha preso parte) e Mathew Cawdrey in Australia, Sophie Pascoe in Nuova Zelanda dove è testimonial di una catena di fast food.

 

L’elenco potrebbe essere interminabile, anche perché andrebbe esteso a tutti gli sport e a tutti i paesi, ma sia sufficiente questo paio di esempi: a Londra, poco dopo la fine dei Giochi Paralimpici, i medagliati britannici sia olimpici che paralimpici hanno sfilato assieme per le vie della capitale in una parata trionfale, fra ali di folla in delirio tanto per Andy Murray e Jessica Ennis quanto per Ellie Simmonds e i coniugi Storey.

 

In America Aimee Mullins, modella dalla bellezza mozzafiato e ancora prima atleta formidabile malgrado le protesi al posto delle gambe, la quale tiene discorsi pubblici e conferenze, senza contare che aveva posato senza veli per più di un fotografo. E da noi? Niente di tutto questo: niente parate trionfali, niente servizi fotografici, niente sponsorizzazioni; poco per non dire nullo spazio in televisione, sui giornali, e sui media in generale, anche se è degno di menzione lo spazio che, a cadenza quindicinale, Radio Popolare dedica allo sport per disabili all’interno del contenitore quotidiano Jalla! Jalla!.

 

Purtroppo il timore è che questa tendenza non vada di certo a migliorare, ma anzi credo ci dovremmo avvezzare all’idea di stadi e palazzetti in totale antitesi rispetto a quelli di Londra: del resto, la stessa Annalisa Minetti lo aveva detto la sera stessa in cui vinse un meraviglioso bronzo nei 1500 metri di atletica, in Italia non si riempirà mai uno stadio per una gara paralimpica

Alessandro Gennari

 

Fonte: olimpiazzurra.com