Anche persone con disabilità prive di mobilità e di forza residua, impossibilitati a muoversi, possono praticare questo sport, anche ad alti livelli: è sufficiente riuscire a manipolare il joystick della carrozzina elettrica, e c’è chi lo fa anche con la bocca. Nelle parole del presidente della federazione, Antonio Spinelli, una guida per conoscere meglio questo sport

 

ROMA – Di solito la parola “sport” si collega al concetto di “prestanza fisica” e anche nel mondo della disabilità la maggior parte delle volte lo sport conta sulla prestanza fisica residua. Proprio in questo senso l’hockey in carrozzina elettrica ha delle caratteristiche uniche: nel panorama degli sport agonistici di squadra praticati da persone con disabilità motoria, infatti, ha la qualità di coinvolgere anche, o meglio soprattutto, persone prive di mobilità e forza residua. Cosa conti davvero, nell’hockey, se la forza muscolare non è determinante, ce lo facciamo spiegare da Antonio Spinelli, presidente della Fiwh (Federazione Italiana Wheelchair Hockey): “Contano la tattica, la concentrazione e la prontezza, cioè la velocità con cui il cervello dell’atleta decide dove posizionare e come muovere la carrozzina, dove indirizzarla, se bloccarla, girarla, lasciarla sfrecciare fino a 15km/m. La carrozzina elettrica è il prolungamento del suo corpo, attraverso di essa entra in azione”.

 

Come colpisce la palla chi non si può muovere?

Chi ha forza residua nelle braccia si posiziona in attacco e utilizza la mazza, come nell’hockey normale. Chi non è in grado di maneggiarla si ricava il ruolo di difensore o portiere. Alla base della sua carrozzina, sotto i piedi, viene posizionato lo stick, un piccolo strumento di plastica dura, statico, che attraverso il movimento della carrozzina permette di intercettare la palla, bloccarla o rilanciarla. Le squadre si equilibrano tra loro perché devono avere tutte lo stesso livello complessivo di forza, quindi in ogni squadra c’è posto per gli stickers.

 

Gioca davvero anche chi non può muoversi?

Certo. Basta riuscire a manipolare il joystick della carrozzina elettrica. Ho visto atleti che riescono a farlo perfino con la bocca, tramite una specie di cannuccia. Così persone con patologie muscolari gravi che immaginavano per sé una vita statica, si trovano coinvolti in un gioco dinamico, veloce, che richiede concentrazione, che alza l’adrenalina, che conta sullo spirito di squadra.

 

A proposito di squadra, l’esperienza della condivisione con i compagni è altrettanto importante dell’esperienza di gioco, soprattutto per chi magari non ha avuto modo altrimenti di sviluppare una vita sociale appagante.

Direi che nella vita personale di molti atleti questo secondo aspetto addirittura prevale sul primo. Stringere amicizie, trovarsi per mangiare la pizza, viaggiare per le trasferte della squadra, sono tutti momenti preziosi, che hanno cambiato la vita a molti di essi. Nascono amicizie, c’è chi si trova il fidanzato… e poi ne beneficia anche la prestazione in campo, perché l’affiatamento di squadra è uno degli elementi fondamentali per ottenere la vittoria.

 

La Fiwh è il riferimento italiano ufficiale per questa pratica sportiva?

Esatto, lo è dal 2003, ma lo sport è arrivato in Italia qualche tempo prima, all’inizio degli anni Novanta, portato da alcuni soci della Uildm (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) perché per i distrofici è uno degli unici sport possibili. E in effetti molti dei nostri atleti hanno patologie neuromuscolari. Oggi coordiniamo due gironi, l’A1 e l’A2 e i numeri sono in costante crescita.

 

Di che cifre stiamo parlando?

“Una trentina di squadre, a cui si devono aggiungere quelle che si stanno allenando per venire selezionate. Quest’anno i soci iscritti sono più di 500 e gli atleti più di 300. Il nostro scopo è farci conoscere sempre di più in modo che sempre più ragazzi con disabilità possano cimentarsi nella nostra disciplina”.

 

Cosa deve fare chi è interessato a fare una prova?

Il consiglio è quello di entrare nel nostro sito Fiwh.org e contattarci (i recapiti sono in basso a destra nella homepage). Basta che ci dica in che parte d’Italia si trova e gli segnaliamo la squadra a lui/lei più vicina.

 

Lei? Giocano anche donne?

Certo, le squadre sono miste sia per il genere sessuale che per l’età. Ci sono minorenni fino ad atleti ben oltre i trenta…

 

E ci sono squadre in tutta Italia?

Non in ogni città. Per ora la più alta concentrazione rimane al nord, ma abbiamo anche Puglia, Sicilia e buona parte del centro Italia. Quando incontriamo persone che desiderano giocare e non hanno una squadra abbastanza vicina a casa, suggeriamo loro di formare un gruppo e iniziare una nuova squadra. Possiamo mettere in relazione persone con lo stesso desiderio e affiancarli nell’organizzazione logistica. Il nostro obiettivo è diffonderci nel modo più capillare possibile.

 

Le squadre a che competizioni partecipano?

C’è il Campionato Nazionale, ma ci sono anche la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana, quest’ultima disputata tra i vincitori delle prime due gare. Inoltre abbiamo la nazionale che partecipa ai confronti europei e mondiali. Come Federazione,abbiamo già ospitato in Italia le finali del Campionato Europeo nel 2005 a Roma e quelle del Campionato Mondiale nel 2010 a Lignano Sabbiadoro, in provincia di Udine.

 

Fonte: Superabile.it