Disabilità sensoriali

Essere CODA: intervista a Maria Civita Di Mario

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi. Maria Civita Di Mario è nata e vive a Latina. I genitori sono entrambi sordi. Sua madre è diventata sorda entro l’anno di età a causa della meningite, mentre suo padre è diventato sordo intorno ai dieci mesi dopo aver contratto la malaria. Nata e cresciuta nel mondo dei sordi, ha affermato: “Solo alle scuole elementari ho preso coscienza che i miei genitori erano sordi e diversi dai genitori dei miei compagni”. Ha conseguito un primo diploma di interprete LIS a Roma e successivamente presso l’Ente Nazionale Sordi, Sede Centrale, dove è iscritta nel Registro Nazionale degli Interpreti. Nel 1999 ha conseguito il primo diploma di Interprete LIS riconosciuto a livello europeo. Dal 1996 collabora con la RAI in qualità di interprete in simultanea della Lingua dei Segni. Traduce le edizioni LIS del TG1, TG2, TG3, RAINEWS 24 e approfondimento delle ore 11 su RAINEWS 24 oltre ai discorsi di fine anno del Presidente della Repubblica, diversi dibattiti parlamentari dalla Camera e dal Senato della Repubblica, spot elettorali e discorsi del Presidente del Consiglio. È stata inoltre interprete presso l’ENS – Sede Centrale. In occasione della morte del Santo Padre Giovanni Paolo II ha tradotto i funerali in mondovisione. Formatrice di interpreti in corsi organizzati da associazioni di categoria, è stata docente di tecniche di traduzione e di analisi comparativa. Attualmente dipende da Rai Pubblica Utilità ed è anche docente di Teoria ai corsi di Lingua dei Segni. È iscritta all’ANIMU (Associazione Nazionale Interpreti di Lingua dei Segni Italiana).

1) Cosa significa per te essere CODA?
Non mi sono mai posta questa domanda quando ero piccola. Vivere con dei genitori sordi è stata la mia condizione naturale, il mio mondo. I miei genitori sordi erano il mio punto di riferimento. Circondata dal loro amore era naturale per me segnare con loro in LIS e parlare in italiano con i miei parenti, i miei nonni, i miei zii e i miei cugini, tutti udenti come me. L’essere bilingue senza averne cognizione di causa non mi pesava. Era la normalità segnare con i miei genitori e i loro amici sordi e parlare con i parenti, i vicini di casa, i compagni dell’asilo e delle elementari. In adolescenza le cose cominciarono a cambiare e molto. Da quel momento le regole, i modelli e la cultura sorda nei quali mi ero riconosciuta, non valevano più. Ho sentito la dolorosa necessità di prendere le distanze da quel mondo e di sviluppare una mia identità. Mi trovavo a essere non più “sorda” e non ancora “udente”. Intorno a me non c’erano altri ragazzi nella mia condizione, spesso mi sentivo sola e incompresa. Anche in quel periodo così delicato non negavo la sordità dei miei genitori, anzi, solo che preferivo non parlarne. Oppure se mi trovavo a fare la spesa con mia madre e qualcuno ci fissava, anche a bocca aperta, divertita rispondevo a tono che non è educato fissare le persone. Dopo un lungo periodo di ricerca, grazie soprattutto alla scelta di seguire un corso psicologico personale, sono giunta a una maggiore consapevolezza di me stessa, di quello che sono: una CODA, ma anche Maria Civita con i miei pregi e i miei difetti come tutti, udenti e sordi. Ho dovuto lavorare sulla mia rabbia interiore e accettare l’ignoranza, nel senso etimologico della parola, del mondo degli udenti verso i sordi e del mondo dei sordi verso gli udenti. Ho compreso inoltre, visto il mio imprinting, quanto sia vitale per me “comunicare visivamente”, tradurre in un canale visivo tutto il mio mondo interiore di bambina e di Coda. È essenziale come l’aria che respiro. Successivamente ho acquisito la consapevolezza di dover imparare a raccontare il mio mondo sordo all’interlocutore udente che poco o nulla sa del mondo dei sordi. All’inizio mi pesava raccontare sempre le stesse cose, ora non più. Ho cercato di capire, inoltre, come entrare in relazione con gli udenti. Il mio percorso interiore è ancora lungo, ma posso dire con tranquillità che io sono per mia natura CODA: un ponte tra il mondo dei sordi e quello degli udenti, un po’ sorda e un po’ udente. Sono felice di essere bilingue, di aver acquisito due lingue così belle, una parlata e scritta e l’altra visiva. Felice di far parte di due culture così diverse ma anche così simili. La vita mi ha dato una differenza rispetto agli altri ma anche una grande opportunità: la Lingua dei Segni Italiana che ha avuto e ha un ruolo importante nella mia vita.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Ricordo la preoccupazione dei miei genitori che io non parlassi bene in italiano e che mi isolassi troppo in quanto figlia unica. Questo perché mi vedevano solo segnare e non sentivano le mie prime parole; la conseguente decisione di iscrivermi fin da subito alla scuola materna per farmi socializzare con altri bambini udenti; l’infondatezza della loro preoccupazione perché tutti, maestra compresa, dicevano che ero una bimba allegra e fin troppo chiacchierona. Ho acquisito dunque spontaneamente e naturalmente la Lingua dei Segni Italiana con i miei genitori sordi e l’italiano con i miei parenti udenti. Osservavo i miei genitori segnare tra di loro o con i loro amici e cercavo di cogliere tutte le loro espressioni e la valenza comunicativa che trasmettevano. Ero comunque immersa in un mondo udente. Inoltre, quotidianamente stavo con mia nonna paterna. Tra i tanti racconti di mia nonna Velia sulla mia infanzia ce n’è uno che mi è particolarmente caro. La mia nonna paterna mi raccontava che spesso stava con me, giocavamo insieme, mi faceva compagnia e mi accudiva quando i miei genitori erano al lavoro. Con lei cantavo le prime canzoncine che si insegnano ai bambini e mi divertivo anche a segnarle in LIS. Non facevo i gesti che normalmente fanno gli altri bimbi udenti. Invece, quando io e mia cugina Silvia giocavamo alle principesse, mi veniva spontaneo parlare in italiano.

3) Quali sono i primi segni che hai imparato?
Sicuramente il segno MAMMA e il segno PAPA’, il segno CIAO come tutti i bimbi, udenti e sordi e il segno ASPETTA. La frequenza del Circolo dei sordi della Sezione ENS di Latina e l’osservazione dei sordi intenti a comunicare tra di loro, hanno fatto sì che completassi il mio processo di acquisizione della Lingua dei Segni. Solo in età adulta, avendo fatto un percorso di studi approfondito nei vari corsi LIS che ho frequentato, ho compreso le strutture linguistiche e le regole che caratterizzano questa lingua. Oggi posso affermare di essere perfettamente bilingue.

4) A scuola ti sei mai sentita diversa?
Alle elementari cominciavo a notare le differenze tra i miei genitori e i genitori degli altri miei compagni ma non ci facevo caso. Anzi, mi ostinavo a difendere i miei genitori anche sulle loro pronunce sbagliate delle parole “cinéma” e “frigoriféro”. Loro erano i miei genitori e non potevano sbagliare. Io stessa sbagliavo la pronuncia di alcune parole e quindi venivo derisa. Con il tempo pieno alla scuola elementare i miei incontri con la nonna diminuirono e vedendola solo i fine settimana mi raccontava che io un giorno le dissi, avrò avuto sì e no 8 anni:” Nonna non ti preoccupare per me, io ho capito che devo usare le mie mani per parlare con mamma e papà mentre con te e gli altri devo parlare… è normale!” Anche alle superiori, al Liceo classico, in occasione dei colloqui con i professori. Percepivo un certo imbarazzo da parte dei docenti e io vivevo un senso di vergogna mista a rabbia, inadeguatezza. Mio padre, invece, viveva la cosa con tranquillità e spiegava a suo modo ai miei professori che non essendoci all’epoca la figura dell’interprete LIS quella della mia presenza agli incontri era una necessità per lui. Facendo da ponte, gli permettevo di abbattere le barriere della comunicazione. Eppure non vivevo bene quelle situazioni perché ero troppo coinvolta anche emotivamente.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La cultura sorda è dentro di me fin nel profondo. È un mio patrimonio genetico imprescindibile ma che si evolve con la maturità. Apprezzo la grande forza di volontà, la caparbietà e la grande dedizione delle donne e degli uomini sordi che combattono, ancora oggi, per il giusto riconoscimento legale della Lingua dei Segni Italiana; la loro capacità di ingegnarsi per affrontare anche le situazioni più disparate, la capacità di resilienza di alcuni, il grande senso di comunità e solidarietà che permea i loro rapporti. Non amo molto la dipendenza dal mondo degli udenti, che purtroppo vedo ancora in certi ambienti. Penso che le persone sorde, in quanto cittadini a pieno titolo come gli udenti, debbano smettere di delegare all’udente le proprie scelte e recuperare la loro capacità di autodeterminazione affidandosi agli interpreti LIS unicamente per la traduzione. Solo così, scegliendo l’interprete LIS come ponte tra le due lingue e le due culture, il mondo dei sordi e quello degli udenti, potranno finalmente incontrarsi alla pari.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Crescere perfettamente bilingue è stata una grande ricchezza per me, come credo lo sia per tutti i bambini bilingui. Non importa se si parli di una lingua vocale, come l’italiano, o di una lingua dei segni, nel mio caso la LIS. Il bilinguismo è una ricchezza ed è stata una fantastica opportunità e un grande aiuto quando ho scelto di svolgere la professione di interprete. Sicuramente la LIS mi ha portato a sviluppare una buona memoria visiva e a strutturare un mio sistema di comunicazione che si attiva principalmente attraverso gli occhi e la visualizzazione mentale. Io spesso ragiono per immagini e quasi naturalmente ho questa attitudine alla comparazione linguistica. Mi capita, infatti, di processare mentalmente allo stesso modo anche quando devo parlare in inglese o in un’altra lingua straniera. Questa attitudine mi è utilissima nelle tecniche di traduzione e interpretazione, nel mio lavoro quotidiano. Tra l’italiano e la LIS posso dire che la Lingua dei Segni Italiana è quella che esprime al meglio il mio pensiero poi però quel pensiero o lo esprimo a parole o lo esprimo in segni a seconda dell’interlocutore che ho davanti.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ricordo le feste o le riunioni al circolo dell’ENS di Latina. Lì la comunità sorda e i CODA si riunivano per condividere un momento di spensieratezza. Tutti insieme usavamo la LIS, giocavamo, chiacchieravamo e socializzavamo.

8) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
La mia all’inizio non è stata una scelta consapevole. Avevo appena finito la maturità al Liceo classico e valutavo a quale università iscrivermi. Ricordo che nell’estate del 1992 ero e mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua. Volevo iscrivermi a Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza e diventare la paladina dei diritti delle persone sorde. Tuttavia sentivo forte in me un conflitto, sentivo che il protagonista della lotta per la conquista dei diritti dei sordi non dovevo essere io, una CODA, bensì una persona sorda. Quindi, titubante cominciai ad aprirmi e a confidarmi con mio padre. Lui credo fosse consapevole del mio desiderio di conoscere il suo passato di bimbo sordo e di capire il suo dolore silenzioso e taciuto fino a quel momento. Così decise che l’indomani saremmo andati a Roma a vedere il suo Istituto: il Tommaso Silvestri. Ricordo un torrido pomeriggio d’estate quando io, mamma e papà ci recammo a via Nomentana, 56. Papà come vide tutte quelle scale cominciò a raccontare della sua infanzia e della sua vita in Istituto. Fino ad allora non lo aveva mai fatto forse perché non credeva fossi pronta a sopportare un carico di racconti così duro e particolare. Mi parlò della vita in convitto, delle attese per le festività che erano l’unico momento in cui poteva vedere e stare in famiglia, della fatica nel dover imparare a parlare, a leggere e a scrivere in italiano, delle tante stranezze dell’italiano scritto, dei metodi educativi alquanto rigidi dei religiosi dell’epoca. Il caso ha voluto che di lì a poco sarebbe partito il primo corso per Interpreti presso il Gruppo SILIS. Ricordo che Emanuela Cameracanna e gli altri sordi come anche i ricercatori del CNR presenti, vedendomi segnare, mi proposero di fare un colloquio in una stanza senza i miei genitori. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità entrai e mi ritrovai inconsapevolmente a sostenere l’esame di ammissione al corso interpreti. Stiamo parlando del 1992, io non avevo alcuna consapevolezza dell’essere bilingue, del mio essere CODA o del fatto che quella che usavo fosse una vera lingua. In televisione solo Medicina 33 veniva tradotta in LIS, non c’era alcun telegiornale tradotto. Una volta conseguito il diploma come interprete, ero felicissima. I miei genitori erano fieri di me ma non credevano che quel lavoro mi avrebbe dato da vivere. Nel 1996 ho superato la selezione con la Rai e da lì ho cominciato a lavorare.

9) Come sei entrata a far parte del team di interpreti Rai?
A seguito di una dura selezione dove si richiede di tradurre in simultanea l’edizione di un telegiornale, con o senza aver letto le notizie in anticipo. Dopo cinque lunghissimi giorni arrivò la telefonata dalla Rai: ero stata presa. Bisogna dire che molto ho imparato lavorando sul campo, in televisione, come anche ai convegni e ai seminari del CNR. All’inizio ero affiancata da interpreti senior, poi con il tempo mi sono conquistata un mio ruolo lavorativo. Tuttavia ho continuato a collaborare con la comunità sorda e con i suoi ricercatori. Fondamentale è fare una comparazione linguistica che garantisca una certa aderenza al messaggio da veicolare. La LIS come la lingua italiana è una lingua viva che si evolve e si modifica continuamente. Questo è il bello del mio lavoro. Bisogna conoscere entrambe le lingue, entrambe le culture, tenersi sempre in costante aggiornamento sul lessico delle due lingue. Il mio pallino sono i neologismi dell’italiano e della LIS. Un esempio per tutti e molto attuale è il segno adottato per Coronavirus. Grazie ai social la comunità sorda mondiale ha stabilito in brevissimo tempo un segno unico e inequivocabile per identificare la malattia. Il mio lavoro è una sfida continua, anche nella ricerca del registro linguistico più adatto al contesto per realizzare il passaggio dalla cultura udente a quella sorda e viceversa. D’altronde, essere interprete non significa soltanto possedere la padronanza della lingua che si traduce ma anche della cultura a essa legata. In effetti, nella lingua utilizzata (vocale o dei segni) troviamo spesso riferimenti ai proverbi, alle citazioni, ai modi di dire.

10) Qual è il tuo motto?
Penso che proprio in questo momento triste per la presenza della pandemia da COVID-19 in tutto il mondo, ognuno di noi abbia fatto delle riflessioni personali. Molti sono in difficoltà economiche, sociali, tanti hanno subito un lutto o una perdita, si sentono soli e isolati in casa e guardano la televisione o utilizzano un social per aprirsi al mondo o per avere informazioni. Da figlia di sordi vorrei dire a tutti che:
– posso essere udente, sordo o CODA ma siamo tutti diversi l’uno dall’altro per qualcosa. Ognuno è diverso per le sue peculiarità e il bello del mondo e della vita risiede proprio nella sua diversità.
Come interprete:
-noi interpreti di Lingua dei Segni stiamo lavorando da casa o in presenza per svolgere il nostro lavoro al meglio e così facendo cerchiamo di abbattere le barriere della comunicazione. Affidatevi a professionisti e non a persone improvvisate perché se vi affidate a un professionista avrete la certezza che il vostro pensiero arrivi con una traduzione fedele ora e sempre. Grazie.

Fonte: viverefermo

  • lunedì, 27 Aprile 2020