Disabilità sensoriali

Essere CODA: intervista a Laura Mazzoni

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Laura Mazzoni è linguista, interprete, counselor ACP (Associazione Counselor Professionisti) ed esperta di comunicazione e formazione. Ha conseguito il diploma di interprete LIS nel 1997, la laurea in lingue straniere nel 2000 e il dottorato di ricerca in linguistica nel 2006 presso l’università di Pisa. Ha insegnato in alcuni atenei italiani e ha maturato interessanti esperienze di ricerca in Italia e negli Stati Uniti. È autrice di varie pubblicazioni. Collabora stabilmente con Istituzioni formative e società di formazione e consulenza aziendale in qualità di formatore e counselor. Ha completato la formazione triennale in counseling presso l’Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona (IACP) ed è formatore autorizzato per condurre corsi Gordon (“Persone Efficaci”, “Insegnanti Efficaci” e “Genitori Efficaci”). È referente per la comunicazione del Comitato Toscano del Coordinamento Nazionale Counselor Professionisti (CNCP) e vicepresidente dell’Associazione Insegnanti per la Solidarietà Educativa (AISE).

1. Cosa significa per te essere CODA?
Significa essere bilingue, conoscere due culture. Significa apertura mentale verso ciò che è fuori dalle consuetudini. Significa avere un marchio, essere considerata diversa.

2. Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Dalla nascita grazie ai nonni materni che vivevano con noi.

3. Hai mai vissuto situazioni imbarazzanti a causa dei tuoi genitori?
Innumerevoli, potrei scriverci un libro a citarle tutte.

4. Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Dei sordi mi piace il senso di appartenenza alla comunità e la lingua, meravigliosa, che è l’emblema e la bandiera della comunità. Non mi piace il razzismo feroce con cui guardano e considerano chi non è sordo o ciò che non è sordità. Il senso di eterna ingratitudine con cui accolgono i tentativi di apertura e integrazione, la diffidenza verso i professionisti udenti, l’ignoranza medievale con cui guardano l’impianto cocleare.

5. Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Benefici cognitivi che consentono di attivare due canali e due modalità.

6. Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Assolutamente vocazione. Adoro la LIS, è la mia prima lingua, la lingua attraverso la quale mi piace pensare, sintetizzare, giocare. È la lingua della mia famiglia, della mia identità, dei miei affetti. È il mio gioiello di famiglia più prezioso. È parte di me come i miei occhi e le mie mani.

7. Com’è nata l’idea di scrivere un volume dedicato ai classificatori e all’impersonamento nella Lingua dei Segni Italiana?
Quando ho vinto il dottorato avevo due possibilità: occuparmi di PNL o di LIS. Ho scelto la LIS (beh, peccato, se avessi fatto un dottorato in PNL adesso avrei un bel conto in banca) e quello che all’epoca era un tema caldo, ovvero i classificatori.

8. Il fatto che ci siano sempre più bambini sordi impiantati pensi possa minare il futuro della Lingua dei Segni Italiana?
Ne sono certa, sta già succedendo. La Lingua dei Segni non avrà più una massa critica di segnanti nativi e sarà destinata a modificarsi perché il numero di segnanti apprendenti LIS L2 supererà il numero dei nativi LIS L1.

9. Qual è il tuo motto?
Fai il meglio che puoi con quello che hai.

Fonte: viverefermo

(c.a.)

  • martedì, 24 Marzo 2020