Roberto Wirth, proprietario del celeberrimo Hotel Hassler di Roma, è nato sordo. Una condizione che non gli impedisce di chiacchierare e scherzare con star del calibro di Quentin Tarantino e Tom Cruise, rwirthche quotidianamente scelgono il suo albergo per le loro vacanze romane.

I suo genitori quando hanno capito di avere un figlio sordo?

Dopo il mio primo anno di vita. Sordità profonda, questo il responso dei medici. Che all’epoca, erano gli anni ’50, non sono stati in grado di spiegare il perché.

Come ha reagito la sua famiglia, appartenente alla celeberrima e secolare dinastia di albergatori Bucher-Wirth, a questa notizia?

Da un lato, mia madre, dalle idee più aperte, ha fatto meno fatica ad affrontare la mia disabilità. Mio padre, invece, si è categoricamente rifiutato di accettarla. La considerava, per il nostro ambiente, una intollerabile “imperfezione”. Al punto da rifiutare di dialogare con me e di imparare la lingua dei segni. Era duro, pretendeva che io parlassi come un qualsiasi udente. E questo suo atteggiamento di totale chiusura mi ha causato una profonda sofferenza che mi sono portato dietro tutta la vita. Era convinto che non ce l’avrei mai fatta.

Come è riuscito, invece, a smentire suo padre e ad affermarsi a livello professionale?

Semplicemente con passione e tanta forza di volontà. Mi sono innamorato del mio mestiere a cinque anni. Convinto che sarebbe stata la mia occupazione da grande. E che ce l’avrei fatta senza l’aiuto dei miei genitori. Ho studiato e lavorato all’estero, principalmente in America, per anni, acquisendo identità, autostima e fiducia in me stesso. E ho realizzato il mio sogno, contando solo sulle mie forze. Riuscendo alla fine a diventare proprietario e manager dell’hotel. Che è diventato la mia famiglia e la mia casa.

Ha mai subito episodi di discriminazione? Ne ricorda qualcuno che Le è rimasto particolarmente impresso?

Sì, una volta, quando lavoravo in cucina all’estero. Un cuoco mi chiese del burro. Ma io non capivo e lui cominciò a urlare, tirandomi un coltello.

Ha incontrato difficoltà nel patinato mondo delle celebrità che giornalmente anima un salotto d’eccellenza quale è il suo Hassler?

In realtà non mi sono mai sentito a disagio. Tutti mi hanno sempre rispettato molto. Quentin Tarantino, quando viene qui, chiede sempre di me, vuole sapere come sto. Oppure George Clooney, Richard Gere, Tom Cruise, tutti mi dimostrano stima e affetto. Chiunque arriva qui viene avvertito subito del mio handicap. E quindi si adatta a me. Sanno che posso parlare, sia in italiano che inglese, ma ho bisogno di leggere il labiale per comunicare. Come dicevo, è grazie alla mia tenacia che ho acquisito sicurezza e senso di me. Che mi ha insegnato a non sentirmi diverso. Al punto che a volte dimentico completamente di avere un handicap.

Com’è la sua vita sociale, invece, al di fuori della sua grande famiglia dell’Hassler?

Più complicata di quella professionale. È quando mi invitano a eventi e party che mi ricordo che sono un non udente. Questa è l’unica dimensione in cui mi sento limitato. Per cui, per non sentirmi a disagio, non partecipo alle feste. A meno che non si tratti di cene intime con cari amici.

Qual è il consiglio che si sente di dare ai giovani col suo stesso handicap che si preparano ad affrontare il mondo del lavoro?

Seguire il proprio cuore. Provare fino alla fine a realizzare il proprio sogno. Senza farsi ostacolare né dalla disabilità, né da chi tenta di scoraggiarti. Come accade, a volte, in famiglia.

Fonte: west-info.eu