La Salute a Torino

Pollyannismo: cos’e?

Non conserviamo i ricordi dolorosi perché non li consideriamo significativi.

In questo periodo, diversi articoli cercano di portare qualche parola di conforto nella situazione surreale e particolare che 

stiamo vivendo e talvolta si sente parlare di pollyannismo.

Si definisce pollyannismo il vedere solo i lati positivi di quanto accade, senza concedersi né tempo né  spazio  per  riflettere  sull’intera esperienza, che, per poter essere compresa appieno, pretende, necessita e reclama di essere considerata nella sua interezza, vale a dire nei suoi effetti positivi come in quelli negativi, senza omettere niente del vissuto.

Il pollyannismo è un fenomeno rilevante anche da un punto di vista cognitivo poiché comporta l’escludere dal ricordo dell’esperienza vissuta, e quindi dal processo di memoria e di immagazzinamento, tutto quanto possa evocare dolore, ricordando solo i lati positivi: in queste circostanze non conserviamo i ricordi dolorosi perché non li consideriamo significativi.

Il nome di questo fenomeno, come si può facilmente intuire, deriva dall’omonimo cartone animato, tratto dal romanzo di Eleanor H. Porter del 1913, ove la protagonista è una bambina particolarmente sfortunata, messa a dura prova dalla vita: rimasta orfana, va a vivere con una zia severa e anaffettiva, che rimarrà  alla  fine  conquistata  dalla vivacità e dal calore della piccola Pollyanna,  la  cui  influenza  positiva contagia chiunque abbia a che fare con lei.

La bambina perderà anche l’uso delle gambe, ma non si lascerà mai atterrire  dagli  eventi,  abituata  fin da piccola dal padre a vedere solo 

i lati positivi di ogni esperienza, in un gioco chiamato dai due il gioco della felicità (non sbagliata, di per sé, l’idea, solo che l’insegnamento avrebbe dovuto comprendere, oltre al non farsi abbattere dagli eventi negativi, anche come elaborarli).

Un atteggiamento del genere, che omette i lati oscuri di una vicenda favorendone solo gli elementi positivi, diventa un problema quando si concretizza in una fuga dal dolore, nella negazione della realtà, impedendo un’elaborazione più profonda: in quel caso prende il nome di sindrome di Pollyanna o pollyannismo. In altre parole,per il principio di Pollyanna (o inclinazione al pensiero positivo), le persone 

ottimiste tendono a non ricordare bene gli eventi negativi del proprio passato.

In uno studio degli anni ’80 Matlin e Stang hanno notato che chi possiede una netta inclinazione alla positività, immagazzina solo gli aspetti positivi di una vicenda, isolandone gli aspetti negativi, così come confermato anche da diversi studi e lavori di ricerca sulla cosiddetta “falsa memoria” o errori di immagazzinamento, comuni tra le persone positive, del dottor Steven Novella, rinomato  neurofisiologo  dell’Università di Yale .

Un altro studio condotto nel 2014 presso l’Università di Cornell dal professor Peter Dodds e dalla sua équipe allo scopo di scoprire se il 

nostro linguaggio, in generale, tende all’aggressività o alla positività (principio di Pollyanna), ha concluso che le parole utilizzate e selezionate per veicolare i messaggi inviati agli altri hanno un peso emotivo assolutamente positivo, conclusioni coincidenti con quanto dedotto da Matlin e Stang.

Tendiamo tutti al “pollyannismo”, però, nel campo della psicologia, molti preferiscono la dizione Sindrome di Pollyanna, riportando l’attenzione sulla rilevanza preoccupante che questa dimensione psicologica, sebbene utile in alcuni momenti, può avere se estremizzata: un atteggiamento positivo può stimolare la motivazione, ma non risulta sufficiente a gestire momenti negativi e imparare da essi perché finisce con l’ alterare la capacità di controllare le situazioni difficili.

Ricordiamo che l’ottimista è chi vive in un’atmosfera di positività, e che non si deve confondere la psicologia positiva (una vera e propria scienza, basata su rigorosi protocolli e sperimentazioni, descrittiva ed evidence-based) con il pensiero positivo (basato sull’assunto attraiamo quello che pensiamo e crediamo,  principio  non  scientificamente fondato, anche se molto nobile).

Martin Seligman al Congresso dell’American Psychology Association (APA), nel 1998, disse che la psicologia clinica avrebbe dovuto concentrarsi di più sugli aspetti luminosi piuttosto che sulle ombre e 

 sugli aspetti disfunzionali: quel giorno fu concepita la Psicologia Positiva, disciplina che, tuttavia, prese forma solo due anni dopo.

Martin Seligman è oggi conosciuto come il padre della Psicologia Positiva insieme a Mihaly Csikszentmihalyi, insieme fondatori di “una scienza  dell’esperienza  soggettiva positiva, delle caratteristiche individuali positive e delle istituzioni positive che promette di migliorare la qualità della vita e prevenire le patologie che sorgono quando la vita è sterile e priva di significato” (Seligman & Csikszentmihalyi, 2000).

La Psicologia Positiva è interessata al benessere psicologico. I temi prediletti sono la felicità, la speranza, la saggezza, la creatività, la gentilezza, il coraggio, la responsabilità, la meraviglia, l’ottimismo, il perdono, l’ispirazione, la curiosità, le risate, nonché gli effetti di tutte queste variabili sul benessere e sulla salute, invece di concentrarsi su malessere, patologia, malfunzionamento della mente e comportamenti disfunzionali, come invece classicamente intesa e concepita la psicologia clinica.

Alcune delle domande che si pone la Psicologia Positiva sono:

•quali sono i meccanismi che ci permettono di essere felici e soddisfatti?

•quali possono essere gli interventi per il benessere, studiando gli effetti di mindfulness, gratitudine, vita all’aria aperta, ecc.;

•perché alcuni riescono a riemergere da un evento traumatico e altri soccombono di fronte ad esso?

L’obiettivo della psicologia positiva è quello di studiare l’altra faccia della medaglia, i modi in cui le persone provano gioia, mostrano altruismo, e creano famiglie e istituzioni sane” (Gable & Haidt, 2005) senza negare gli aspetti dolorosi.

Dunque, senza lasciarsi atterrire dagli eventi abbracciando il pessimismo, senza perdere la voglia di combattere o di cambiare le cose accettandole passivamente, oc

corre trovare un giusto equilibrio, avere il quadro completo della situazione,  senza  finzioni,  senza  un ottimismo falso, forzato, ingannevole, e trovare la forza di dire ‘è andata in questo modo, l’aspetto positivo  è  questo,  l’aspetto  negativo è quello, ma in fondo sono riuscito, nonostante tutto, ad ottenere questo. E non è andata cosi male (oppure ammettere francamente poteva  andare  meglio, riconoscendo con tutta sincerità l’esito. Così facendo, se la nostra esperienza non è andata bene, possiamo avere più consapevolezza per ritentare…).

Non dobbiamo fingere che vada tutto bene!Possiamo ammettere che qualcosa non ha funzionato come volevamo: può non essere tutto perfetto, tutto rosa, senza che ciò significhi accettare la situazione così come è… Se riconosciamo di essere caduti e di esserci anche fatti male, nulla ci impedisce di rialzarci, anzi!

Per fare un esempio:se rimanessimo bloccati come naufraghi, alla Robinson Crusoe, su di un’isola deserta, incredibilmente bella, prima o poi cercheremmo di scappare anche se è un paradiso!

Sitografia

https://felicitiamo.altervista.org/ la-psicologia-positiva

https://capoversonewleader.wordpress.com/2018/12/03/attenti-alla-sindrome-di-pollyanna-il-troppo-ottimismo-porta-alla-stupidita/

http://www.psicocondria. com/2016/06/14/sindrome-di-pollyanna/

https://lamenteemeravigliosa.it/ principio-di-pollyanna-lato-positivo/

https://www.marilenacremaschini. it/la-sindrome-di-pollyanna-e-la-fuga-dal-dolore/

fonte: Notiziario del CIPES Centro d’Iniziativa per la Promozione della Salute, di Valentina Basiglio

 

  • lunedì, 29 Giugno 2020