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Test sierologici per Coronavirus

Cosa sono e a cosa servono: approfondimento scientifico a cura della dottoressa Federica Pellegrino di Palestrina (farmacista).

La ricerca degli anticorpi con i test sierologici è utile per capire chi realmente è entrato in contatto con il coronavirus, premessa per poter pianificare le prossime fasi.

TEST SIEROLOGICI PER CORONAVIRUS: COSA SONO E A COSA SERVONO

I test sierologici applicati al coronavirus assumeranno importanza sempre più rilevante nella pianificazione del post lock-down. È infatti grazie a questi strumenti che potremo avere un quadro più chiaro di chi è entrato realmente in contatto con il virus. Un’informazione utile per poter allentare progressivamente le misure restrittive.

A differenza degli ormai noti “tamponi”, esame di laboratorio che serve per individuare la presenza del coronavirus all’interno delle mucose respiratorie, i test sierologici servono ad individuare tutte quelle persone che sono entrate in contatto con il virus. Mentre i primi forniscono un’istantanea sull’infezione, i secondi “raccontano” la storia della malattia. Attraverso i test sierologici infatti è possibile andare ad individuare gli anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario in risposta al virus.

COSA VALUTANO?

I test sierologici sono essenzialmente di due tipi: quelli rapidi e quelli quantitativi.

I primi, grazie ad una goccia di sangue, stabiliscono se la persona ha prodotto anticorpi -e quindi è entrata in contatto con il virus-; i secondi, dove serve un prelievo venoso, dosano in maniera specifica le quantità di anticorpi prodotti. In entrambi i casi i test sierologici vanno alla ricerca degli anticorpi (immunoglobuline) IgM e IgG. Le IgM vengono prodotte temporalmente per prime in caso di infezione. Con il tempo, il loro livello cala per lasciare spazio alle IgG.

Quando nel sangue vengono rilevate queste ultime, le IgG, significa che l’infezione si è verificata già da diverso tempo e la persona tendenzialmente è immune al virus.

A COSA SERVONO?

Conoscere la presenza di questi anticorpi è utile per molte ragioni. Innanzitutto, poiché forniscono il “film” della malattia e non un’istantanea, ci consentono di sapere quante persone hanno realmente incontrato il virus. Ciò è importante soprattutto alla luce del fatto che molte persone con Covid-19 hanno avuto sintomi blandi o addirittura sono risultate asintomatiche.

Ciò accade grazie agli studi di sieroprevalenza, ovvero studi in cui si sottopone al test un campione rappresentativo della popolazione. Grazie a queste analisi è possibile conoscere la reale letalità della malattia, la diffusione geografica e la diffusione nelle diverse fasce di età. Indicazioni utili per pianificare quando, come e quanto allentare le misure restrittive.

IL NODO DELL’AFFIDABILITA’

Attenzione però a pensare che tutti i test sierologici siano uguali. Ciò che conta, in ottica delle prossime fasi di gestione della pandemia, è l’affidabilità di questi esami.

Test con molti falsi positivi rischierebbero di dare il via libera a persone che in realtà non hanno mai contratto il virus.

Non solo, si rischierebbe una fotografia della circolazione del virus poco aderente alla realtà.

È per questa ragione che già ora si stanno valutando tanti test sierologici confrontando il dato ottenuto dal tampone positivo. Solo con un test altamente affidabile potremo estendere l’utilizzo di queste analisi nell’ottica di un allentamento delle misure.

CORONAVIRUS: PARTE LA PROCEDURA PER TEST SIEROLOGICI

E’ uscito un articolo su www. ansa.it, in data 16 aprile 2020, che mi sembra interessante per chiarire gli sviluppi della questione (ed i tempi previsti, speranzosamente brevi).

Parte la procedura per i test sierologici che dovrebbero consentire di individuare i potenziali “immunizzati” dal coronavirus. Il commissario Domenico Arcuri, secondo quanto apprende l’ANSA, ha avuto dal governo l’incarico di avviare la procedura pubblica per la ricerca e l’acquisto dei test, che dovranno rispondere ad una serie di caratteristiche individuate dal ministero della Salute.

Il test, a quanto risulta, sarà somministrato ad un campione di 150mila persone individuate su scala nazionale e suddivise per profilo lavorativo, genere e 6 fasce di età.

L’obiettivo “è avere un unico test nazionale”, ha spiegato il vicedirettore dell’Oms e membro del Comitato tecnico scientifico Ranieri Guerra sottolineando che “se andiamo ad usare diversi test con diverse performance rischiamo di avere una difficile comparazione”. Guerra ha poi spiegato che il test che verrà selezionato dovrà garantire “standard minimi di qualità” – tra cui avere un’attendibilità superiore al 95% – e sarà tra quelli che prevedono un prelievo da “sangue venoso” perché “quelli da sangue periferico non sono accettabili”.

L’articolo riportato apre interessanti prospettive in merito al futuro sviluppo e diffusione dei test definiti ”rapidi”. Intanto, un punto che viene evidenziato è l’orientamento verso un test ematico e non tramite lancetta. Al momento la scelta è sensata, in quanto essendo il medico la persona attualmente individuata per la verifica ed essendo il siero il componente ideale da analizzare, pensare di poter prelevare il sangue, isolare il siero ed analizzare (anche tramite la semplice “cassetta”) solo la parte utile del sangue piuttosto che il campione intero permette di avere una maggiore affidabilità della risposta.

Restano aperte molte questioni, ad esempio quelle relative all’utilizzo dei dati che si ottengono, in quanto al momento non esistono delle procedure univoche e certificate per il “post analisi”, come invece esistono per i test a tampone con analisi real time rt-PCR.

Ritengo che non passerà molto tempo prima che emerga qualche dato in più e si chiarisca come procederemo, sia in merito alla FASE 2, quindi di sblocco e ripartenza post-lockdown e poi in una ipotetica FASE 3 di monitoraggio continuo, in cui il farmacista potrebbe avere un ruolo importante anche nel testing epidemiologico.

Alcuni quesiti ancora aperti:

·  Quanto dura l’immunizzazione? Ancora non è chiaro ad oggi.

· Dopo immunizzazione c’è il rischio di essere ancora contagiosi? Non è chiaro ad oggi.

· Se il risultato è positivo per IgG, posso fare meno delle protezioni? La risposta logica è no, ma non vi è certezza.

fonte: montiprenestini.info di Federica Pellegrino

Approfondimento: testo universitario

  • lunedì, 20 Aprile 2020