La Salute a Torino

Alzheimer: allenare la mente aiuta a prevenire la malattia

Uno studio italiano dimostra gli effetti positivi per gli anziani (anche con problemi cognitivi) di un mix di esercizi come tecniche mnemoniche, parole crociate e sudoku.  Un appropriato training cognitivo, ovvero tenere allenata la mente con un mix di esercizi mirati, può aiutare gli anziani a conservare la memoria e a prevenire e ritardare gli effetti di malattie come l’Alzheimer. Lo dimostra uno studio condotto nell’ambito del progetto “My Mind: gli effetti del training cognitivo per anziani” dai ricercatori dell’Irccs Inrca-Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico per anziani che ha la sede principale ad Ancona, pubblicato di recente sulla rivista scientifica Rejuvenation Research. Obiettivo della ricerca, finanziata nel 2012 dal Ministero della Salute e dalla Regione Marche, era quello di sperimentare con metodo scientifico gli effetti di un programma di allenamento mentale – training cognitivo – sul mantenimento e il recupero delle abilità intellettive negli anziani, senza utilizzare farmaci.

L’esperimento su 300 anziani

Lo studio ha coinvolto per un periodo di tre anni oltre anziana300 anziani con tre diversi stati cognitivi: persone sane, con decadimento cognitivo lieve e anziani con una diagnosi di malattia di Alzheimer nella fase lieve moderata. Le persone arruolate sono state poi inserite in modo casuale nel gruppo di sperimentazione e in quello di controllo. Il programma di allenamento mentale che hanno seguito gli anziani include l’apprendimento di tecniche mnemoniche, di concentrazione e di orientamento, strategie per ricordare eventi e appuntamenti, metodi per utilizzare la scrittura in modo da memorizzare più efficacemente anche attraverso l’utilizzo di liste, calendari e agende; fino alla creazione di brevi racconti, che aiutano a fissare i ricordi e migliorano la padronanza del linguaggio. Fanno parte del programma anche alcuni dei passatempi più comuni, come le parole crociate, le carte o il sudoku.

Miglioramenti visibili

Ebbene, dalle prime rilevazioni, al termine del programma il 70% delle persone con Alzheimer ha avuto un significativo miglioramento delle performance e dello stato psicologico, in particolare nella batteria ADAS (Alzheimer’s Disease Assessment Scale) che valuta la gravità della malattia attraverso indicatori quali memoria, linguaggio e orientamento. Secondo i ricercatori, si tratta di risultati promettenti anche in un’ottica di prevenzione dell’Alzheimer. Inoltre, nelle persone con lievi disturbi di memoria e concentrazione, una forma pre-clinica nota come Mild Cognitive Impairment, il training cognitivo ha fatto aumentare in un caso su due la percezione positiva rispetto alla propria capacità di memoria, che influisce sulla probabilità di ammalarsi a distanza di qualche anno. Un miglioramento che sale all’81% nel gruppo delle persone sane. Effetti positivi sono stati riscontrati anche sull’umore, il livello di stress e il benessere percepito.

Trattamento non farmacologico

«Il training cognitivo – spiega la responsabile del progetto “My Mind”, Cinzia Giuli, psicologa dell’Unità operativa di geriatria dell’Inrca di Fermo – rappresenta un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze poiché non ha effetti collaterali o controindicazioni, e si può personalizzare con esercizi mirati per ogni singolo caso». I partecipanti allo studio hanno ricevuto le istruzioni per continuare a esercitarsi anche a casa e applicare nella vita quotidiana gli esercizi eseguiti con gli esperti, in autonomia o con l’aiuto dei familiari. Molti anziani hanno manifestato il desiderio di proseguire le attività anche dopo la fine della sperimentazione.

Invecchiamento attivo

In Italia si stima che le demenze colpiscano oltre un milione di persone, e di queste circa 600mila soffrano della forma più diffusa, la malattia di Alzheimer. Sono ormai un problema di sanità pubblica, e lo saranno sempre più nei prossimi anni col progressivo invecchiamento della popolazione. «Con l’aumentare dei casi di demenza, la ricerca si è posta l’obiettivo di individuare cure non farmacologiche per prevenire le malattie neurodegenerative – spiega Fabrizia Lattanzio, direttore scientifico dell’Inrca -. È prioritario educare, fin dall’età adulta, a uno stile di vita fisicamente e mentalmente attivo, anche nello svolgimento delle semplici attività quotidiane».

 

Fonte: Corriere della Sera online

Redazione: Polo cittadino della Salute

  • lunedì, 30 Maggio 2016