La Salute a Torino

“Diabete per capirsi”, così la malattia viene spiegata agli immigrati

Tra le mille difficoltà da affrontare quando si emigra in un paese straniero, vi sono quelle che riguardano la salute. Il 60% degli immigrati di prima e seconda generazione in Italia, che sono 4,9 milioni, dichiara di non parlare bene la nostra lingua. Ma oltre alla barriera linguistica, si aggiungono i problemi dettati dalla difficile comprensione del sistema sanitario del nuovo paese di residenza, ma anche altri di tipo culturale che coinvolgono aspetti fondamentali, come l’accesso alla cure, la fiducia nel medico, la disponibilità a cambiare abitudini alimentari e di stile di vita.

 

IL DIABETE IN CIFRE
Infatti, il ruolo attivo del paziente è decisivo, soprattutto nella gestione di malattie croniche. Una di queste, il diabete, interessa il 6,9% degli immigrati, un’incidenza piuttosto alta rispetto a quella italiana del 6,2%. Questo nonostante la giovane età media di chi emigra in Italia. Solo l’ 1%, infatti, ha più di 65 anni e il 43% ha meno di 44 anni. La diffusione varia anche a seconda dell’area di provenienza della persona, con percentuali più elevate tra gli immigrati provenienti dal subcontinente indiano, seguiti dai latino-americani. Inoltre, gli immigrati sono sotto-trattati e la diagnosi avviene per lo più in situazioni d’emergenza.

E se la cura dei pazienti diabetici costa al nostro paese 9 miliardi di euro, pari al 10% della spesa sanitaria nazionale, senza considerare i costi indiretti, come la perdita di produttività, va detto che ben il 56,9% della spesa è attribuibile alle ospedalizzazioni. Quella economica è dunque una ragione in più per prendersi cura del paziente al fine di evitare complicanze croniche che richiedano l’ospedalizzazione.

 

QUANDO IL PAZIENTE NON PARLA ITALIANO
E proprio per aiutare il personale medico nella gestione del paziente diabetico immigrato, partendo dal superamento delle barriere linguistiche, è nato «Diabete per capirsi», iniziativa curata dalla dottoressa Valeria Manicardi, Direttore dell’Unità Internistica Multidisciplinare Ospedale di Montecchio AUSL di Reggio Emilia, e dalla dottoressa Annunziata Lapolla, docente di endocrinologia all’Università degli Studi di Padova e responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Diabetologia e Dietetica dell’ULS 16 di Padova, grazie al finanziamento di Roche Diabetes Care Italy.

 

DIABETE PER CAPIRSI IN 15 LINGUE
«Diabete per capirsi» www.diabetepercapirsi.it è costituito da schede informative illustrate e tradotte in 15 lingue diverse, dedicate ai vari aspetti della malattia, dalla alla corretta alimentazione, all’automonitoraggio della glicemia, alla somministrazione dell’insulina, fino all’utilizzo di strumenti quali i microinfusori e i sensori, con una sezione curata dalla professoressa Lapolla sul Diabete in gravidanza. Inclusi nel portale, accessibile al personale medico sanitario, anche un dietometro e un ricettario etnico che permettano ai pazienti di non rinunciare ai piatti della propria cultura. «Gli immigrati consumano i loro cibi, che magari noi medici non conosciamo del tutto, e contemporaneamente aggiungono alla dieta i nostri prodotti, spesso i più economici» ha spiegato la professoressa Manicardi, nel raccontare la storia del progetto, evoluzione di un’analoga iniziativa lanciata nel 2004 nel modenese, allora provincia d’Italia con il maggior numero di immigrati.

 

LA GRAVIDANZA PER LE DONNE IMMIGRATE
Spesso a frenare l’adozione di uno stile di vita necessario al paziente diabetico sono ragioni culturali, che devono essere comprese dal medico, pena l’inefficacia del suo intervento. «Le più vulnerabili sono le donne che spesso non lavorano e rimangono isolate in casa. E cucinano» spiega la Manicardi. «Anche in un delicato momento come la gravidanza può essere difficile trasmettere la necessità di fidarsi del medico e modificare le proprie abitudini». Eppure, se non diagnosticato e trattato in tempo, il diabete porta a numerose complicanze: «Può comportare numerose e gravi conseguenze materno-fetali. Chiaro che in un quadro del genere, tutte le difficoltà di comprensione linguistica e culturale tipiche di quando il paziente è un immigrato rischiano di rallentare e complicare fortemente la diagnosi e il percorso terapeutico» ha spiegato la professoressa Lapolla, che racconta come a Padova, centro di riferimento per il diabete, il mediatore culturale abbia contribuito a ridurre le differenze tra donne italiane e immigrate.

 

OLTRE LA LINGUA, LE BARRIERE CULTURALI
Il mediatore culturale è una figura fondamentale per l’abbattimento delle barriere, in grado di far nascere un rapporto di fiducia tra medico e paziente che porti all’assunzione di un ruolo attivo da parte del paziente. «Acquisire nuove abitudini è difficile per chi si trova in una terra nuova e si chiede cosa stia facendo qui, in pieno trauma immigratorio» ha spiegato Nora Azmir mediatrice culturale in forza all’Ospedale di Como. «Comunicare al paziente informazioni mediche nella sua propria lingua è già un passo avanti nella creazione del rapporto di fiducia, necessario per superare dinamiche familiari e di gruppo che spesso si oppongono all’abbandono delle vecchie regole».

 

PRENDERSI CURA, NON CURARE
«La differenza fondamentale tra “curare” e “prendersi cura” è evidente ancora di più nel caso del paziente immigrato» ha concluso la professoressa Manicardi. E di «accoglienza» ha parlato anche Massimo Balestri, Head of Roche Diabetes Care Italy, per il quale l’accessibilità delle schede ristretta ai soli operatori sanitari dipende dall’obiettivo del progetto, che è quello di «migliorare la gestione del paziente diabetico, facilitando la comunicazione e non quello di lasciare il paziente da solo con un opuscolo». Inoltre, l’intenzione è quella di monitorare gli accessi e quindi l’utilizzo dello strumento per avere una fotografia dei diversi bisogni e specificità del territorio.

 

Fonte: La Stampa on line

Redazione: Polo cittadino della salute

  • martedì, 27 Ottobre 2015