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"Slot City", il gioco d’azzardo nell’epoca dell’ansia sociale

Un libro svela la società “della sensazione e della dipendenza”, con 35 milioni di italiani dediti abitualmente al gioco, senza essere né compulsivi né patologici. Un’economia che ha garantito allo Stato nel 2012 entrate per circa 13 miliardi di euro.

Il viaggio negli “spazi senza luogo” del gioco d’azzardo parte dal piccolo paese della Brianza, Consonno, trasformato negli anni Sessanta in una vera e propria “slot city”, passando per quella che da capitale finanziaria è diventata oggi capitale delle dipendenze da gioco: Milano. In “Slot city. Brianza-Milano e ritorno” Marco Dotti descrive una “società della sensazione e della dipendenza” dove sono ben 35 milioni gli italiani dediti abitualmente al gioco, senza essere tuttavia né compulsivi né patologici. Ed è proprio su coloro che riescono a non cadere nella dipendenza patologica che si concentra il business dell’azzardo. Un’economia del gioco che nel 2012 ha garantito allo Stato entrate per circa 13 miliardi di euro, in aumento dopo che l’Azienda autonoma dei monopoli di Stato ha autorizzato 53 operatori a immettere sulle proprie piattaforme web slot machine virtuali, per un giro di affari legale che si attesta attorno al 4% del Pil nazionale.

Il gioco è ovunque e alla portata di tutti. La concentrazione maggiore degli apparecchi da gioco si registra in Lombardia, con 60 mila macchine installate, seguita dal Lazio, con 36 mila e dalla Campania, con 33 mila. Quella di Monza e Brianza è la provincia a più alto incremento di imprese dediche al gioco: in un anno sono aumentate di circa il 34%. Nella sola Pavia sono state installate 522 slot in centro città. Il capoluogo lombardo conta invece 461 esercizi specificamente dedicati alle slot machine che, secondo i dati di Confcommercio, nei primi mesi del 2013 ha portato alla scomparsa di ben 10 mila negozi. Una “diseconomia” che ogni giorno vede nella sola Lombardia l’apertura di una nuova sala giochi a fronte della chiusura di 25 negozi.

Il testo raccoglie ricerche e cifre sul “gioco nell’epoca dell’ansia sociale”, che non può che produrre, secondo l’autore, nuova ansia sociale e crescere in maniera direttamente proporzionale all’aggravarsi della crisi. A spendere di più infatti sono soprattutto le famiglie a basso reddito, che arrivano al 3% del proprio reddito, rispetto all’1% delle famiglie più ricche. Le ricerche riportate dal volume tracciano inoltre il profilo del giocatore compulsivo, che per il 72% dei casi è di sesso maschile, sposato o convivente per il 68%, lavoratore dipendente (51%), residente al Nord (33%), diplomato (69%), di età compresa tra i 30 e i 50 anni (32%). Un profilo che resta comunque di non facile definizione e che corrisponde solo in minima parte a quello dei giocatori che si dedicano abitualmente all’azzardo, i quali vanno a costituire “un’area grigia tra dipendenza e (presunta) indipendenza che, in qualche modo, permette di tenere fermo e senza soluzione il problema”.

 

Fonte: Redattore Sociale

Redazione: Polo cittadino della Salute

  • giovedì, 19 Dicembre 2013