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Gli stili emozionali ora si possono misurare

Dopo un’esperienza negativa c’è la tendenza ad ammiccare con maggiore frequenza le palpebre. Lo stile emozionale è il modo più o meno stabile con il quale un individuo risponde alle diverse esperienze della vita. cuore e cervelloLo propone Richard Davidson, professore di psicologia e psichiatria alla University of Wisconsin-Madison, autore, con Sharon Begley, del libro “La vita emotiva del cervello” (Ponte alle Grazie, 2013). L’originalità dell’approccio risiede nel prendere in esame il versante affettivo delle neuroscienze: infatti, per ogni stile emozionale individuato, sono precisati specifici circuiti cerebrali.

GLI STILI EMOZIONALI – Di stili emozionali Davidson ne ha individuati sei diversi: «La resilienza », spiega, «misura la lentezza o la rapidità con cui ci riprendiamo dalle avversità». È un elemento psicologico del quale si è poco consapevoli. Raramente ci si rende conto di trascinarsi dietro emozioni conseguenti a un’esperienza, sia essa positiva o negativa. Il test di laboratorio per valutare il tempo di resilienza è basato sul riflesso di ammiccamento delle palpebre. Dopo un’esperienza negativa, c’è la tendenza ad ammiccare con maggiore frequenza, e il fenomeno persiste fino a che quell’esperienza non è stata interiormente risolta.
Poi c’è la cosiddetta prospettiva , capacità di conservare le proprie emozioni nel tempo. Fortunato chi tende a conservare emozioni positive, ma purtroppo esiste anche chi è un campione nel tenersi stretto emozioni negative, ad esempio di stampo depressivo. In laboratorio sono stati individuati specifici circuiti cerebrali che si attivano e restano vivi finché sono in corso emozioni positive.

Un altro stile emozionale è l’intuito sociale: riuscire a cogliere quegli indizi non verbali che permettono di capire intenzioni e stati d’animo degli altri. Chi ha questo intuito, in laboratorio risulta capace di attivare una specifica parte della corteccia visiva e l’amigdala.
L’autoconsapevolezza ha invece a che fare con la capacità di leggersi dentro. E riuscire a leggere le proprie emozioni è la base per l’empatia, il mettersi nei panni degli altri. «In laboratorio», dice Davidson, «un metodo che utilizziamo per misurare la sensibilità delle persone ai segnali fisiologici interni è la valutazione della capacità di percepire il proprio battito cardiaco».
Riconoscere che un certo comportamento è appropriato in una situazione e non lo è in un’altra è invece definita la sensibilità al contesto , in larga parte intuitiva. Il riscontro neurobiologico di questo stile emozionale si fa con la Risonanza magnetica funzionale, esplorando la zona dell’ippocampo, che secondo Davidson sembra avere un ruolo nella comprensione del contesto.

Infine c’è l’attenzione , la capacità di restare concentrati. Abilità cognitiva, ma con un versante emozionale: infatti, ciascuno ha una soglia di distraibilità a seconda del contenuto emotivo dello stimolo che arriva. «In laboratorio», spiega Davidson, «partiamo da un fenomeno percettivo che prende il nome di attentional blink , letteralmente ammiccamento dell’attenzione : quando uno stimolo cattura la nostra attenzione, nella frazione di secondo seguente non siamo in grado di avvertire altri stimoli. Esiste un semplice test per misurare la durata di questo brevissimo intervallo di cecità o sordità temporanea agli stimoli».

 

Fonte: Corriere della Sera on line

Redazione: Polo cittadino della Salute

  • martedì, 26 Novembre 2013