La Salute a Torino

Le scuole di torino assediate dalle slot machine

Una spianata di puntini rossi. Una macchinetta ogni 130 abitanti. Per capire quanto siano diffuse slot machine e videolottery bisogna guardare la città dall’alto, trasformarla in una mappa. E poi scendere giù, come in picchiata: il gioco che riempie i bar e svuota le tasche continua ad espandersi, e dopo aver sbranato le periferie punta dritto al cuore della città. Dall’invasione delle macchinette si salvano solo le aree residenziali, la collina e il salotto della Crocetta. E poi, ovviamente, i parchi, il cimitero e le zone industriali. Sono le uniche oasi su una mappa dominata dal rosso. Ma per rendersi conto della diffusione delle slot bisogna sovrapporre la cartina dell’azzardo con quella delle scuole: sono 613, tra asili, elementari, medie e superiori. Il 92,4% dei locali dove si può giocare dista meno di 500 metri da un istituto. Uno su tre, invece, sta entro i 200 metri.

«Si perde sempre»
Tre minuti a piedi, dall’aula alla macchina che ingoia sogni e, se va bene, li sputa fuori a colpi di monete. Ma alla lunga si perde sempre, lo dice la matematica e lo confermano gli impiegati delle banche che vedono i conti correnti andare giù, fin dall’inizio del mese.
L’ennesimo zoom sulla mappa svela che 45 dei locali attrezzati per il gioco sono a meno di 50 metri dalle scuole. Se il «decreto Balduzzi» il primo tentativo dello Stato di mettere un freno all’azzardo, fosse stato approvato nella sua versione originaria, che fissava una distanza minima di 500 metri tra le macchinette e i luoghi sensibili (scuole, chiese, ospedali), allora addio Paese dei balocchi. Una mazzata devastante sull’industria.

Il ricercatore
Racconta Davide Roccati, socio di Seldon ricerche – è la sua società che ha «mappato» la città del gioco – che quello dell’azzardo «non è un problema relegato a pochi malati. Il danno viene fatto soprattutto ai territori e alle comunità».

Danno per il territorio
Perché, a parte i concessionari e, in misura minore, lo Stato, il gioco non arricchisce nessuno. «Non genera sviluppo locale. I soldi vinti non si aggiungono all’economia perché spesso sono rigiocati. Quelli persi sono persi e basta». In pratica: se il lattaio, guadagnando, migliora anche la qualità della vita dell’isolato, perché fornisce un servizio e genera lavoro, la macchinetta inghiotte i gettoni e stop.
«L’offerta di gioco d’azzardo – dice Giovanna Spolti di Seldon- non è casuale. Il gambling ha un mercato e un pubblico ben precisi». Va a puntare le fasce deboli, a intercettare i desideri di chi fatica ad arrivare alla fine del mese.
Il popolo dell’azzardo non è fatto solo di compulsivi sbranati dalle macchinette, di famiglie sconvolte dalle bugie. C’è una zona grigia. In generale, sono le donne, in particolare quelle tra i 25 e i 45 anni, la categoria più a rischio (40%) per la dipendenza da gioco. I giovani fino a 21 anni sono ben il 25% tra chi è in pericolo ludopatia (sotto i 18 anni il gioco d’azzardo è vietato), mentre gli uomini tra i 35 e i 50 anni rappresentano il 35% dei soggetti vulnerabili.E poi c’è il Web, che cancella le inibizioni. «Aumentando il tipo di offerta e di accessibilità – dice lo psicologo Alberto Rossetti – ha potuto prendere nuove fasce di popolazione».

Piaga da combattere
Il Piemonte, nel contrasto agli eccessi, è in prima linea. Il progetto nazionale sulle dipendenze comportamentali «Il Gioco è una cosa seria» è coordinato dalle Asl/Sert della nostra regione. Il Comune non sta a guardare. Il sindaco Fassino ha firmato il «Manifesto per la legalità» insieme ad altri centinaia di primi cittadini. L’amministrazione ha aiutato a crescere le strutture che danno una mano a chi è in difficoltà e girano per le scuole facendo prevenzione.
Perché le slot impoveriscono anche chi non gioca. «Nel 2012 possiamo stimare la spesa a Torino a circa 225 milioni di euro, con una spesa complessiva da gambling pari a 450 milioni di euro» ragiona Davide Roccati. Più di quanto ha incassato il Comune l’anno prima per l’addizionale Irpef, l’Ici e la Tarsu. Nel 2010 l’amministrazione ha speso per la gestione dei suoi asili nido e dei servizi per l’infanzia e per i minori 42,3 milioni di euro: praticamente un decimo, rispetto a quanto è finito nelle mani dei signori del gioco e, in parte, dello Stato. Ma le associazioni che riuniscono i costruttori non ci stanno, a passare per vampiri. «Il mercato legale ha sradicato quello illecito. E gli operatori – fanno sapere da Confindustria Sistema Gioco Italia – sono pronti a iniziare subito un lavoro comune che coinvolga le amministrazioni in un percorso di miglioramento del sistema del gioco».

 

Fonte: La Stampa on line

Redazione: Polo cittadino della Salute

  • lunedì, 18 Novembre 2013