«L’indagine del CoorDown “Ora parlo io!” – scrive Simonetta Morelli – e il libro “Giù per la salita. La vita raccontata da uomini e donne con Sindrome di Down” colmano una grande lacuna nella cultura della disabilità, ponendoci faccia a faccia con i protagonisti, le persone con sindrome di Down, che non hanno mai parlato di sé, e mettendoci in contatto con le singole storie, ci fanno toccare con mano che non ci sono bisogni speciali, ma semplicemente umani»

Davide nel video della campagna CoorDown 2019 “Reasons To Celebrate”

Davide, protagonista italiano del video al centro della campagna internazionale “Reasons To Celebrate”, sostenuta nel marzo di quest’anno dal CoorDown.

Ogni seconda domenica di ottobre si celebra in Italia la Giornata Nazionale delle Persone con Sindrome di Down. Quest’anno la campagna del CoorDown (Coordinamento delle Associazioni delle Persone con Sindrome di Down) ha ribadito il concetto lanciato il 21 marzo scorso, in occasione della Giornata Mondiale delle Persone con Sindrome di Down sancita dall’ONU, con lo slogan Non lasciate indietro nessuno, per ricordare a tutti che solo maggiori opportunità a scuola, nel mondo del lavoro e nella vita sociale possono portare alla piena inclusione per ogni persona con disabilità.

Sono campagne potenti, quelle di CoorDown. E scomode, come avevo già avuto modo di scrivere a suo tempo su queste stesse pagine. Già, ma chi sono le persone con la sindrome di Down?

Certo, sappiamo che presentano determinate caratteristiche fisiche, che non si tratta di una malattia, ma di una diversità cromosomica. Sappiamo che non si dice “mongoloide”, che è offensivo; e che non si dice “persona down” perché identifica la persona con la sua condizione. Non si scrive mai Down in minuscolo perché è il nome dello scienziato che scopri e studiò la sindrome, John Langdon Down; di sicuro, quindi, non vuol dire “giù”. E poi – se ne facciano una ragione i giornalisti – si dice “persone con (o che hanno) la sindrome di Down”.

Sì, abbiamo acquisito nel tempo sempre più informazioni su di loro. Ma davvero sono queste le risposte alla domanda: “chi sono?”. Ne sentiamo parlare dalle famiglie, dalle associazioni, dai media. Le vediamo al cinema, in TV, nei format come Hotel 6 Stelle. Ma mancano alla nostra esperienza diretta. Manca la loro voce, la loro autorappresentazione.

Questo è un tema molto sentito dal CoorDown, tanto che è stata creata la Consulta Giovani come strumento di dialogo e decisionale, mettendo quali protagoniste delle campagne di comunicazione internazionali persone reali che esprimono le proprie opinioni. E scegliendo di promuovere in ogni evento pubblico la self advocacy (“autotutela”), come avvenuto negli ultimi due anni, quando in rappresentanza del CoorDown e di tutti i ragazzi sono state selezionate per la Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite del 21 marzo due giovani donne adulte con sindrome di Down.

Fonte: superando.it

(lv/la)