C’è chi fa del bene quando è in vita, c’è chi aspetta il momento dell’addio per un ultimo gesto di generosità. Alfredo Cornaglia apparteneva a entrambe le categorie: per decenni ha fatto il medico, occupandosi soprattutto di alleviare le sofferenze ai suoi pazienti, e a febbraio se n’è andato donando tutto ciò che aveva alla Faro, la fondazione che assiste i malati. Fino a qui sarebbe una storia come altre, invece non lo è: Cornaglia ha lasciato un’eredità da 24 milioni di euro.

MEDICOÈ il segno che il medico torinese ha scelto di incidere sulla Terra dopo averle detto addio. Il denaro, però, non verrà speso tutto in beneficenza. Cornaglia ha deciso di affidarne la gestione alla Compagnia di San Paolo, con il vincolo però di finanziare la Fondazione Faro. Il dottore ha inoltre scritto nelle sue volontà che i 24 milioni dovranno servire per sostenere le attività di assistenza ai malati terminali e ai loro parenti, o per creare un nuovo hospice oppure per ampliare quello già esistente nell’ospedale San Vito.

L’avvocato Angelo Benessia la definisce una forma di «filantropia laica», perché «di solito chi vuole legare il suo nome a un’opera di beneficenza molto importante pensa alle istituzioni religiose, ma esistono invece altre istituzioni, come appunto le grandi fondazioni ex bancarie, che perseguono scopi sociali con assoluta trasparenza ». Del resto, è stato proprio Benessia a suggerire questa strada a Cornaglia. Ai tempi l’avvocato era il presidente della Compagnia di San Paolo e, quando il medico si presentò nel suo studio spiegandogli che avrebbe voluto creare una propria fondazione, Benessia gli consigliò di affidare il suo patrimonio a chi aveva già le competenze necessarie per farlo fruttare e per trasformare poi il rendimento in atti di bontà.

Dunque a breve nascerà il “Fondo Opera di Alfredo Cornaglia”, che avrà un comitato di gestione che stabilirà come amministrarlo e come indirizzare le erogazioni. Lo farà sulla base di quanto proposto da un comitato di supporto, in cui ci saranno rappresentanti della Compagnia e della Faro, oltre all’esecutore testamentario Franco Greppi e allo stesso Benessia. Piero Gastaldo, il segretario della fondazione bancaria, non è stupito dalla scelta di Cornaglia: «In fondo è proprio grazie alle grandi donazioni che si è costruita tra il ‘600 e il ‘700 una parte consistente del patrimonio della Compagnia. Oggi continua a esserci una propensione alla generosità, abbinata però a una ricerca di efficienza e di efficacia della donazione. In Italia c’è ancora un ampio potenziale filantropico che non è ancora stato valorizzato».

In tutta questa storia, resta una domanda: chi era Alfredo Cornaglia? Di lui non si sa molto, perché era profondamente torinese e dunque assai riservato. Discendente di una famiglia agiata, si è diplomato al liceo scientifico nel 1947, ha studiato medicina e la carriera in camice lo ha portato a diventare primario di Radiologia alla clinica dermatologica San Lazzaro, oggi parte della Città della salute. Si è sempre speso per ridurre la pena dei malati terminali e per anni è stato consigliere della stessa Faro. Tra le sue cose più preziose conservava una lettera che la madre, un alto dirigente della Lancia cui era molto legato, gli scrisse quando decise di diventare medico e dunque di spingersi «là ove attende la sofferenza e il dolore da alleviare». Nel finale, c’è un augurio profetico: «Possa tu, un giorno, benedire la vita per ciò che da essa avrai imparato, e possano gli uomini benedire te, per quanto tu avrai loro dato».

Fonte: torino.repubblica.it
(g.m./e.v.)