Fino a 34 anni correre per lei è stato come respirare, la cosa più naturale del mondo. maratonetaDi corsa, Vincenza Sicari ha partecipato a Europei, Mondiali e, nel 2008, anche a un’Olimpiade. Ventinovesima nella maratona. Se non un sogno, poco ci manca. Ma poi qualcosa nel suo corpo ha smesso di funzionare e ora la sua vita più che a un sogno somiglia terribilmente ad un incubo. Il calvario è iniziato nel 2013. All’inizio sembrava soltanto stanchezza: troppo allenamento, pensava. Poi sono arrivati i formicolii, la febbre, i sudori di notte e una polmonite. Con il passare del tempo i suoi muscoli si sono ritirati fino a bloccarsi e oggi la costringono a vivere paralizzata in un letto.

Una dramma che nasconde una situazione ancora peggiore: nessuno ha la minima idea di che cosa le stia succedendo. La malattia non ha un nome, né un fattore scatenante, non ha familiarità, né precedenti. O almeno nessuno finora è stato in grado di accorgersene. «Continuo a girare da un ospedale all’altro – racconta al telefono da un letto dell’ospedale “Mondino” di Pavia, l’ultima delle sue innumerevoli tappe – ma i medici non riescono a capire che cosa mi abbia colpito».

La Federazione di atletica da sempre è al suo fianco in questa battaglia per la vita, ma soprattutto per la dignità. Le richieste di aiuto inviate a mezza Italia non si contano più e proprio oggi c’è stato il primo contatto con il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo. Vincenza chiede che sul suo caso venga aperta una Commissione medica. L’obiettivo è duplice: da un lato valutare che cosa è stato fatto finora per arrivare finalmente a una diagnosi e dall’altro trovare una struttura adeguata per iniziare a ricevere delle cure, magari trasferendosi all’estero.

In Italia non sembra esserci speranza. «Mi fanno girare come una trottola» racconta, «dicono che non esistono altri casi, che nei libri non è contemplato nulla di simile e nel dubbio mi fanno rifare sempre gli stessi esami». C’è anche chi, nonostante tutto, le dà della pazza. Anche guardare all’estero non è così semplice: «Mi hanno detto che ci sono delle strutture per malati neuromuscolari in Francia, ma serve l’intervento del servizio sanitario nazionale». In questo caso la procedura prevede la “presa in carico” del paziente da parte di un paese straniero. Si può fare, ma solo dopo aver fatto i conti con una bella dose di burocrazia. Nel frattempo Vincenza continua la sua lotta con il male oscuro che le ha tolto la corsa, il sorriso e tutto il resto. Le è rimasto un filo di voce, ma è quello che basta per gridare il suo dolore. «Venite a vedere in che condizioni sono ridotta» ripete. «Continuo a peggiorare e a casa non posso stare. Ho 37 anni, non è possibile vivere così».

Fonte: lastampa.it