La vicenda risale all’83: il macchinario fu acquistato grazie a una raccolta fondi e donato al Policlinico che però non lo ha mai preso in carico. “Era stato manomesso”

Chi c’era non può dimenticarla. “Fu un’esperienza straordinaria, una cavalcata di solidarietà. Ci dissero: va bene anche se raccogliete un milione, arrivarono due miliardi”. La cavalcata fu quella che l’Airc, l’Associazione italiana di ricerca per il cancro, insieme con i medici dell’ospedale oncologico condussero a Bari tra il 1981 e il 1983 per acquistare un acceleratore lineare che permettesse ai malati di tumore di curarsi. A seguirla c’era quell’oncologo appena arrivato a Bari, Mario De Lena, che poi diventerà un capo scuola della lotta al cancro in Puglia.

“Quell’acceleratore fu un miracolo di solidarietà ” dice oggi, trent’anni dopo. Esatto, fu. Perché ora che fine ha fatto? Non si sa. L’acceleratore, pur essendo una macchina enorme, grandissima, sembra sparito nel nulla. Se ne sono perse le tracce quando il polo oncologico, all’epoca ospitato alla clinica Santa Rita chiuse, e ci fu il trasferimento alla Mater Dei. La macchina fu donata al Policlinico che però non lo ha mai preso in carico. “Trovammo della manopole sabotate – racconta oggi uno dei medici che allora si occupò del caso – si trattava di un problema che rendeva inutilizzabile la macchina. E quindi non lo accettammo, altrimenti la responsabilità sarebbe stata la nostra. Magari ci avrebbero chiesto i danni”.

Ma chi aveva sabotato? E soprattutto la macchina ora dov’è? Mistero. Che diventa paradosso se si pensa che ancora oggi il Policlinico è sprovvisto di un acceleratore e che gli studenti della scuola di specializzazione sono costretti a emigrare perché nel secondo ospedale del Sud, polo universitario, non esiste una radioterapia. “Eppure – ricorda De Lena quell’esperienza dell’acceleratore fu meravigliosa perché raccontava perfettamente che cosa può essere questa città: un portento”.

Bari non aveva un acceleratore. I malati di cancro erano sostanzialmente condannati ai viaggi della speranza. Da Milano, e più precisamente dall’Istituto nazionale tumori, arrivò un giovane De Lena che aveva il compito di mettere su una certa oncologia. Per questo si rivolse all’Airc per l’acquisto del macchinario. “Mi consigliarono di organizzare questa sottoscrizione per raccogliere una cifra simbolica. E che il resto poi lo avrebbe messo l’Airc. Fondammo così la prima sede dell’Associazione a Bari. E partimmo. Cominciò una storia straordinaria”.

Il jackpot della sottoscrizione correva, come impazzito, “versavano da cinquecento lire a trecento milioni, benefattori anonimi, persone che ancora oggi io non so chi siano”. Arrivarono nel giro di due anni a raccogliere più di due miliardi. “Mi chiamarono da Milano per dire, basta: abbiamo abbondantemente superato il costo della macchina. Con quei soldi in eccesso comprammo banchi, arredi, fu incredibile”. Arrivò la macchina e cominciarono i primi pazienti a fare la radioterapia. Poi però arrivò la decisione di trasferirsi dalla Santa Rita alla Mater Dei che aveva già due acceleratori.

“L’Università si era sempre lamentata di non poter fare lavoro di didattica e di ricerca – ricostruisce ancora De Lena – e allora decidemmo di donarlo a loro. Da quel momento non ne abbiamo saputo più nulla. Tornammo qualche tempo dopo a chiedere che fine avesse fatto, e ci risposero che avevano bisogno di medici e infermieri per farlo funzionare…”. In realtà dal Policlinico raccontano oggi una storia ancora diversa. Un giallo. “Quando ci fu dato l’acceleratore verificammo che alcune manopole erano state sabotate e che quindi quella macchina non poteva entrare in funzione. E che mai avrebbe potuto, perché il danno era irrimediabile. Così rifiutammo la presa in carico”. “Questo non l’abbiamo mai saputo – dice De Lena – certo che la situazione in generale ha davvero dell’incredibile “.

Al momento al Policlinico non esiste un reparto di radioterapia tanto che gli studenti della scuola di specializzazione sono costretti a emigrare, altrimenti la scuola dovrebbe chiudere. Le macchine sono state comprate nel 2011 ma non possono essere utilizzate perché i locali che dovrebbero ospitarle, i sotterranei di Asclepios 2, sono in ritardo di quattro anni come il resto della palazzina. La costruzione potrebbe essere pronta nel giro di quattro-cinque mesi ma per l’inaugurazione ci vorrà ancora altro tempo. Nel frattempo si è rotta anche la macchina di cobaltoterapia (“anche quella dovremmo averla data noi, ma avrà più di 40 anni” spiega De Lena) in uso alla radioterapia che al momento quindi è a zero: i medici che ci lavorano seguono i pazienti, prescrivono loro le terapie che però possono essere eseguite soltanto altrove, magari nel vicino Oncologico.

 

Fonte: bari.repubblica.it

(c.p.)