Che sia per gioco o per amore ben venga tutto quello che porta risorse al bene comune, nonostante un fisco complicato che – anche laddove prevede agevolazioni per chi dona in beneficenza – rende difficile e scoraggiante ogni buona azione

Il nostro ordinamento è ancora troppo preoccupato di prevenire abusi e comportamenti contrari alla buona fede. E per questa ragione rinuncia almeno in parte a favorire forme di finanziamento collettivo delle organizzazioni non profit. Anche quando la loro attività è meritoria e riconosciuta come tale.

Con una mano il nostro legislatore quando vuole sa indicare una via per favorire sussidiarietà e pluralismo. Il caso delle Onlus, soprattutto se fossero risolte talune aree di incertezza, potrebbe dimostrarlo. Ma con l’altra subito dopo, quasi pentito, getta limiti quantitativi, distinguo sofisticati tra deduzioni e detrazioni, un sistema farraginosamente condizionale di accesso, registri e albi più o meno difficili da affrontare.

Si erge così una barriera che ci fa perdere in concreto un’occasione. Dare fiducia al privato sociale vuol dire certamente rinunciare a gestire a livello statale un pezzo di danaro pubblico. Ma chissà che non sia anche un’opportunità. Favorire l’assunzione di responsabilità da parte delle organizzazioni private, che si collocano naturalmente alla base della nostra società, attua d’altronde il concetto stesso di sussidiarietà. Quella delle secchiate d’acqua gelida può essere quindi l’occasione per ripensare il cinque per mille, per esempio, e per rimettere nell’ordine giusto, come accade negli Stati Uniti, disciplina fiscale del terzo settore e meccanismi di donazione. Sulle forme si può poi discutere.

Il taglio della cravatta in pubblico ai matrimoni costringe anche i meno generosi a fare la loro parte per non sfigurare. Oggi da noi invece sono spesso le prospettive di ricevere donazioni detraibili o deducibili a condizionare l’assetto giuridico formale egli enti del terzo settore. A suggerire loro quel tanto che basta di polimorfismo, talvolta sfociante in autentica e imbarazzante schizofrenia, che serve per accedere a questa o a quella forma di donazione o di pubblica contribuzione. Passando nel frattempo indomiti sui gomiti, come soldati in addestramento, sotto le forche caudine di più procedimenti di iscrizione e registrazione discrezionali tra loro neppure coordinati e spesso nemmeno pubblici. Tutto questo quando la parte sana del terzo settore probabilmente vorrebbe invece solo un pubblico registro. Da questo elenco chiunque, magari accedendo con un click, potrebbe ottenere le informazioni essenziali per relazionarsi con quell’ente: il regime fiscale delle donazioni, per esempio, qualche dato essenziale di bilancio, magari una relazione di missione o almeno una correlazione quali-quantitativa tra risorse ottenute e attività svolte. Chissà che al risveglio da una doccia gelata di fine estate domani questo sogno non sia destinato a svanire e ci restino solo avari che indietreggiano anche alle feste di matrimonio.

 

Fonte: ilsole24ore.com

(c.p.)