Molto rumore per nulla. Così potrebbe essere definita sinteticamente la vicenda della conversione del Decreto del fare (Dl 69/13), approdata in Gazzetta il 20 agosto scorso (legge 98/13). Scampato il pericolo di dover ricorrere alla richiesta del Durt per effettuare qualunque pagamento “smarcandosi” da possibili responsabilità e sanzioni

(con l’aggravio di dover comunicare mensilmente all’Agenzia i dati per il rilascio del documento), committenti, appaltatori e subappaltatori devono continuare con i precedenti adempimenti almeno sinchè non arriverà l’abrogazione integrale auspicata dall’ordine del giorno approvato dalla Camera lo scorso 8 agosto. Altrimenti, dal 2015, chi vorrà potrà comunicare quotidianamente alle Entrate i dati delle fatture d’acquisto e di vendita (articolo 50-bis del Decreto), “guadagnandosi” così, tra l’altro, l’integrale disapplicazione della disciplina in esame. La situazione attuale, pertanto, è quella dell’originaria versione del Dl 69/13, che già conteneva l’eliminazione di qualunque verifica della controparte contrattuale con riferimento ai versamenti Iva, ma manteneva intatta la disciplina per le ritenute di lavoro dipendente.

Resta fermo, pertanto che, prima di effettuare qualunque pagamento con riferimento a contratti di appalto/subappalto stipulati o rinnovati dal 12 agosto 2012:
a) l’appaltatore deve richiedere al subappaltatore l’asseverazione di un soggetto qualificato (o, in alternativa, l’autocertificazione) attestante che i versamenti delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente inerenti il subappalto, già scaduti a tale data, siano stati «correttamente eseguiti»;
b) il committente deve comportarsi allo stesso modo nei confronti dell’appaltatore, il quale deve fornire anche la documentazione rilasciata da tutti i subappaltatori.
In assenza dell’attestazione cartacea (e in caso d’irregolarità nel versamento delle ritenute riferite alle prestazioni effettuate nell’ambito dell’appalto o dei vari subappalti), l’appaltatore risponde in solido verso l’erario con il subappaltatore “infedele” nei limiti dell’ammontare del corrispettivo dovuto, mentre il committente è passibile della sanzione da 5mila a 200mila euro.

Guai, pertanto, a dimenticarsi, all’atto del pagamento dei corrispettivi, di richiedere l’ormai ben nota certificazione (che, emendata della parte riguardante gli adempimenti Iva, può essere redatta come da facsimile a lato). Nel caso in cui l’appaltatore (o il subappaltatore) non abbia dipendenti o assimilati, ovvero nessuno di questi abbia partecipato alle prestazioni connesse allo specifico rapporto contrattuale (e, quindi, non sia sorto alcun obbligo di ritenuta), si ritiene che debba essere rilasciata un’attestazione in tal senso. Onde evitare guai peggiori è comunque più che opportuno conservare ampia prova dell’effettività dei lavori svolti, delle modalità di pagamento e dell’esistenza “fiscale” del prestatore.

 

Fonte: ilsole24ore.com

(c.p.)