Lavoro, il futuro non è rosa. Le donne sempre penalizzate: adesso anche dal part time

Immagine di donna dietro a tre uominiI dati Inps-Inapp 2021. L’occupazione riparte ma un contratto su tre è a tempo ridotto per volontà del datore. E la discriminazione colpisce ancora il genere.

C’è una notizia buona con dentro una cattiva nel mercato del lavoro italiano. Con un’aggravante: il trend negativo impatta in gran parte sulle donne. L’informazione viene dall’Inapp, ente pubblico di ricerca, che ha elaborato i dati dell’Osservatorio Inps sul precariato relativi al primo semestre dell’anno scorso. La news positiva è dunque che, dopo la botta subita con lo scoppio della pandemia, nel nostro Paese è ripartita l’occupazione: 3.322.634 nuovi contratti di lavoro da gennaio a giugno 2021. Di questo totale però più di un’assunzione su tre, il che significa precisamente 1.187.415 contratti, è stata fatta nella forma di part time.

Da quest’ultimo dato sorge lecito un dubbio: perché dovrebbe essere una cattiva notizia l’attivazione di contratti part time? In effetti può essere un’ottima opportunità per persone a rischio di esclusione dal lavoro che scelgono quella via per la difficoltà di conciliare un impiego con l’attività di cura di bambini o altri familiari a carico, incombenze che toccano quasi sempre alle donne. Il tempo parziale può essere una chance anche per altri segmenti sociali, per esempio studenti o persone con difficoltà a lavorare a tempo pieno, come anziani o disabili. C’è però anche un part time «cattivo», il cosiddetto involontario, quello cioè offerto a chi vorrebbe un impiego a tempo pieno ma è costretto ad accettare il ripiego pur di poter lavorare. E il problema è proprio qui: dall’elaborazione di Inapp emerge che, la maggior parte di quei quasi 1,2 milioni di contratti part time è di natura involontaria e coinvolge soprattutto donne.
 

Quale strategia
La situazione evidenzia l’aggravarsi di una problematicità segnalata dall’Ocse in epoca pre-pandemia: nel 2019 l’Italia aveva già un primato negativo che riguardava le donne. Mentre infatti la Germania contava il 4 per cento del totale della forza lavoro femminile impiegato in part time involontario, la Francia il 9 per cento e la Spagna l’11, il nostro Paese toccava quota 18 per cento, cioè il triplo della media dell’Unione europea a 28, che si fermava al 6 per cento. Che il part time involontario sia tuttora una peculiarità femminile è ribadito proprio dallo studio di Inapp: su 1.316.017 donne assunte nel primo semestre 2021 (a fronte di 2.006.617 uomini), il 49,6 per cento ha avuto un contratto a tempo parziale (contro il 26,6 per cento degli uomini). Con un’ulteriore penalizzazione al femminile, poiché il 42 per cento delle nuove assunzioni di donne associa al regime di part time anche una forma contrattuale a termine o discontinua. Un handicap che riguarda invece solo il 22 per cento della nuova occupazione maschile.

«In questo quadro – commenta il presidente di Inapp Sebastiano Fadda – la ripresa dell’occupazione in Italia rischia di non essere strutturale. Occorre scoraggiare il regime di orario ridotto come strumento ordinario di reclutamento, soprattutto se si rivelasse come una strategia stabile di contenimento dei costi». Tanto più che tra le aziende che hanno puntato sul part time involontario femminile ce ne sono molte che pur hanno goduto di incentivi economici e contributivi, benefici che sono stati in realtà pensati per sostenere l’occupazione durevole e l’innalzamento del livello professionale.

Le agevolazioni concesse alle nuove assunzioni hanno così prodotto, nell’apprendistato, il 45,7 per cento di contratti part time per le donne (24,7 tra gli uomini), il 61,9 per cento di contratti a tempo parziale con il beneficio «Incentivo donne», e il 64,6 per cento con la «Decontribuzione per il Sud» (con gli uomini in part time solo al 34,5 per cento). Una situazione che perpetua il grande gap occupazionale e retributivo tra uomo e donna, il quale già si era aggravato con la pandemia nel 2020 e che aveva portato gli osservatori a caratterizzare la caduta di posti di lavoro con la femminilizzazione del termine recessione: «Shecession».
  

Incentivi per correggere
«Se non si mette un argine a questa deriva – avverte Fadda – si continua ad alimentare la sottoccupazione femminile e ad allargare la fascia di working poors. Per questo sarebbe importante che, soprattutto in questo periodo di ripresa, l’impiego degli incentivi fosse diretto non a replicare ma a correggere, in particolare per le donne, il modello ordinario di reclutamento delle imprese, creando cioè non occupazione tout court ma stabile e di qualità». Un auspicio che, perlomeno a breve, sembra ancora non realizzarsi, almeno dando un’occhiata oltre il primo semestre dell’anno scorso. Secondo l’ultima rilevazione Istat, a ottobre 2021 l’occupazione è ancora cresciuta, ma assolutamente solo per gli uomini. L’incremento su settembre, infatti, è stato di 36mila unità: tutti uomini. E se si va a fare il confronto su base annua, rispetto all’ottobre 2020, si trova un aumento occupazionale di 390mila unità, ma di nuovo con un grosso squilibrio di genere: +271mila uomini contro +118 mila donne.

Fonte: corriere.it

(lv/la)

  • Aggiornato il 17 Gennaio 2022

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