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domenica 15 settembre 2019
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I “nuovi sordi” che ascoltano il presente che cambia

La sordità infantile, se non precocemente diagnosticata e opportunamente affrontata, ha rappresentato e rappresenta un problema di notevole rilevanza sul piano socio-sanitario.

 
Essa, in particolare se profonda, è causa di grave deficit sensoriale e presenta un’incidenza di 1 neonato ogni 1.000 nati vivi. Tra le malattie congenite, è la maggior causa di gravi disturbi comunicativi.

L’intervento precoce e la vita normale

Intervenendo precocemente, con l’applicazione degli apparecchi acustici e con un’adeguata stimolazione logopedica, e nell’ipotesi in cui la sola protesizzazione non fornisca una sufficiente amplificazione, l’applicazione dell’impianto cocleare, intorno all’anno di età, permette la strutturazione del linguaggio in modo quasi del tutto naturale. Intorno ai 2 anni di età i bambini impiantati precocemente maturano una competenza verbale e comunicativa pari ai bambini udenti. Essi potranno frequentare scuole normali e, in base alle loro capacità e propensioni, potranno svolgere qualsiasi attività.

Le differenze con il passato

Dal 1400 le persone sorde si esprimevano solo con il linguaggio gestuale, una tecnica comunicativa ottima per quei tempi, quando null’altro si poteva proporre: si parlava di “sordomuti”. Attualmente non disponiamo di dati certi e ufficiali sul numero di questa categoria che, tuttavia, con il progredire degli anni si sta riducendo. Fino agli anni Cinquanta del ’900, la tecnologia e le capacità diagnostiche erano limitate e il sordo grave non poteva essere sottoposto a trattamenti sanitari, ma solo educativi presso istituti speciali. I programmi di screening uditivo neonatale proposti negli anni ’60, basati su osservazioni comportamentali, abbassò l’età della diagnosi e sensibilizzo i genitori al problema della sordità. Nel 1969 l’Audiologia come disciplina autonoma, gemmata dall’Otorinolaringoiatria, operante presso le Università degli Studi di Milano, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, consentì la formazione dei primi medici specialisti. In quegli anni i bambini diagnosticati all’età di 2 o 3 anni subito protesizzati e riabilitati logopedicamente acquistarono sufficienti competenze comunicative ma, non diventando totalmente autonomi dal punto di vista uditivo, dovevano necessariamente utilizzare la lettura labiale per la comprensione verbale. Questa tipologia di sordi, che definiamo “oralista”, utilizza la comunicazione verbale, ma in modo incompleto, dovendosi necessariamente aiutare con la lettura labiale. Negli anni ottanta la scoperta delle emissioni otoacustiche ha permesso la creazione di un sistema di rilevazione ideale per la valutazione dell’udito normale. Questo esame obiettivo, rapido, non invasivo e a basso costo, è la modalità ideale per eseguire lo screening uditivo. La situazione in seguito si è modificata significativamente: l’età della diagnosi si è abbassata intorno all’anno riducendosi poi, come avviene attualmente, al 1°-3° mese di età. Nel 1991 vennero applicati i primi impianti cocleari multielettrodo.

Chi sono i “nuovi sordi”

In base alla classificazione redatta nel 2008 dal prof. Sandro Burdo, i soggetti precocemente impiantati sono definiti “nuovi sordi”: infatti, tramite l’impianto cocleare, che sostituisce in toto la coclea danneggiata, si ottiene il ripristino della funzione uditiva, raggiungendo così capacità comunicative un tempo impensabili con l’apparecchio acustico. Nei “nuovi sordi” l’utilizzo del linguaggio gestuale è divenuto inutile; esso viene impiegato solo nei casi in cui i soggetti siano figli di sordi segnanti e quindi utilizzatori spontanei di una seconda lingua.

La situazione in Italia

Attualmente in Italia, anche se previsto dai L.E.A. approvati nel 2017, lo screening non è ancora normato. Va tuttavia osservato che, seppure a “macchia di leopardo”, l’esecuzione viene attuata in molti punti nascita e, come tale in molti casi, la diagnosi di sordità avviene tra il 1° ed il 6° mese d’età. La conoscenza della reale condizione comunicativa del sordo nella popolazione è poco nota; la comunicazione giornalistica televisiva, così come i messaggi politici tradotti nella lingua italiana dei segni (L.I.S.), ingenerano la convinzione che essa sia l’unico e naturale linguaggio utilizzato. Senza nulla togliere al linguaggio gestuale, fondamentale metodo di integrazione dei sordi in un passato anche recente, questo metodo di comunicazione, attualmente, non appare più necessario.

Un nuovo tipo di comunicazione

Purtroppo non viene mostrata e divulgata dai media la reale condizione dei “nuovi sordi”: è dimostrato che in questi soggetti la stimolazione elettrica fornita dall’impianto cocleare è in grado di attivare la funzione uditiva con sviluppo comunicazionale e cognitivo nella norma. Per queste persone, che nel futuro saranno sempre di più, la L.I.S. non ha alcuna utilità e appesantisce inutilmente i costi per la collettività. Essa invece è uno strumento utile per recuperare i sordi diagnosticati con grande ritardo e che non hanno mai utilizzato sistemi di amplificazione; situazione presente in bambini che giungono in età superiore ai 6-7 anni da parti del mondo economicamente svantaggiate. Alla luce di questa situazione sarebbero necessarie strutture riabilitative con ben precisi standard qualitativi e docenti abilitati all’insegnamento della L.I.S., al fine di garantire sul territorio nazionale alcuni centri educativi a cui indirizzare questa categoria di sordi classificabili come “nuovi sordomuti”.

Fonte: il giornale.it


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 20 Dicembre 2018
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