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mercoledì 15 agosto 2018
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Da un turismo accessibile abbiamo tutti da guadagnare

Se fino a ieri trascorrere una vacanza rilassante, tra passerelle per l’accesso al mare inesistenti o di lunghezza inadeguata, città e alberghi pieni di barriere architettoniche, 

era un’utopia sia per le persone con disabilità che per i loro compagni di viaggio, ora le cose stanno lentamente – ma speriamo inesorabilmente – cambiando. Considerando il numero di cittadini disabili nel mondo e quello delle persone che compongono la loro rete sociale e di supporto (familiari, amici, caregiver retribuiti) – rispettivamente più di 1 milione e più di 2 milioni, secondo i dati disponibili sul sito della Divisione per le Politiche Sociali e lo Sviluppo della Disabilità delle Nazioni Unite (2014) – è impossibile non accorgersi che si tratta di una bella fetta di potenziali turisti e, di conseguenza, di possibili risorse per l’economia mondiale (nel 2012 il mercato del turismo accessibile valeva 800 miliardi di euro). Sono fonti di guadagno potenziali perché, ovviamente, devono essere messe nelle condizioni di poter esercitare il ruolo di “turista” e di poterlo fare in modo soddisfacente, trovando tutti i comfort sia in loco sia nel viaggio per raggiungere la loro meta.

NON MONTIAMOCI LA TESTA. Le ferie devono lasciare un bel ricordo e, soprattutto, il desiderio di ripartire per un’altra destinazione, altrimenti è una perdita per tutti: è frustante per i viaggiatori, in primis, è un’occasione persa per chi lavora nel settore del turismo e, più in grande, per i Paesi mete di viaggio. Finora mi sono riferita solo alle persone con disabilità ma loro non sono le uniche a trarre beneficio da rampe, ascensori, mezzi pubblici attrezzati e ogni tipo di accorgimento che facilita la fruibilità di luoghi, percorsi e strutture. L’accessibilità, non mi stancherò mai di ribadirlo, interessa anche, ad esempio, i genitori alle prese con passeggini, gli infortunati sulle stampelle, gli anziani di oggi e quelli che lo diventeranno un domani, ovvero auspicabilmente tutti noi. Quindi, cari amici disabili, non montiamoci la testa pensando che il turismo accessibile sia stato ideato a nostro esclusivo beneficio, perché, in realtà, risponde alle esigenze reali o potenziali di tutti. Di turismo accessibile si è incominciato a parlare negli Anni 70 in Gran Bretagna (patria storica dell’attivismo delle persone con disabilità) ma in Italia il concetto si è affacciato timidamente all’interno dei discorsi solo a partire dagli Anni 90. Si tratta comunque di 30 anni fa, non proprio di ieri, eppure quasi quotidianamente apprendiamo dai media notizie di denuncia riguardo all’inaccessibilità di luoghi e strutture turistiche, come ad esempio il caso della spiaggia di Sabaudia, dove non esiste alcuna passerella che consenta di raggiungere il bagnasciuga.

Nonostante ci sia ancora molto da migliorare qualcosa sta cambiando, se non altro nei termini di una maggiore attenzione alle esigenze di tutti. Stanno venendo alla luce delle dimostrazioni di good practice che lasciano ben sperare: le Dolomiti, ad esempio, potranno essere visitate anche da chi ha ridotte capacità motorie grazie al progetto “Dolomiti accessibili” della Fondazione Dolomiti Unesco e sempre più località balneari sono coinvolte in progetti volti ad aumentare l’agibilità delle spiagge e delle infrastrutture urbane. Anche i siti internet e i portali dedicati al turismo iniziano a dotarsi di funzioni utili a chi ha esigenze particolari: proprio in questi giorni sentiamo parlare della nuova funzione di Google Maps, dedicata all’individuazione di percorsi accessibili all’interno delle città (per ora è disponibile solo in alcune grandi metropoli: Londra, New York, Città del Messico, Sidney, Tokyo e Boston) e del portale Airbnb che ha inserito degli appositi filtri per permettere a chiunque abbia esigenze di mobilità particolari di individuare la soluzione più congeniale al loro soddisfacimento. Questi due grandi colossi non sono i primi e speriamo nemmeno gli ultimi a offrire servizi di questo tipo: ho avuto la fortuna di conoscere da vicino il progetto disMappa a Verona, che dal 2012, tramite la mappatura di luoghi ed eventi accessibili, offre un valido aiuto per visitare la città senza barriere e che, con oltre 700 punti di interesse segnalati, è diventata la cartina più dettagliata in Italia.

UNA QUESTIONE CHE RIGUARDA TUTTI. L’industria del turismo si è dunque accorta della nostra esistenza, anche se c’è chi non manca di far giustamente notare che non esistono solo le persone con disabilità motorie e quindi, nella progettazione di strutture e servizi, bisogna cominciare a tenere in maggior considerazione anche le esigenze di chi ha deficit sensoriali e cognitivi. Ma la promozione del turismo accessibile, nella teoria come nella pratica, non può esaurirsi solo nell’abbattimento delle barriere architettoniche fisiche. Parallelamente a questo, occorre occuparsi della formazione del personale che lavora nelle strutture ricettive, affinché sia preparato ad accogliere tutte le diverse tipologie di clienti e a rispondere adeguatamente ai loro bisogni, senza far uso di pregiudizi o luoghi comuni. Sarebbe interessante effettuare una ricerca per capire qual è stata la miccia che ha dato il via al processo di cambiamento: chissà se finalmente noi disabili viaggiamo di più e, non lasciandoci abbattere quando constatiamo l’esistenza di parti di mondo “non ancora godibili da tutti”, offriamo il nostro piccolo contributo per cambiare la situazione, sia in termini di segnalazione delle criticità che come proposte per migliorare l’esistente. Penso che gli attivisti per i diritti delle persone con disabilità abbiano lavorato molto in questa direzione e lo stiano facendo tutt’ora. Ma se, come abbiamo capito, incrementare i luoghi e i mezzi accessibili rientra nell’interesse dell’intera collettività, allora la responsabilità e l’impegno per migliorare l’offerta delle nostre mete turistiche devono essere condivisi tra tutti, disabili e non.

Fonte  : lettera43

(c.a.)


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 26 marzo 2018
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