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domenica 22 aprile 2018
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Lavoro e disabilità. Il Terzo settore? “Modello utile ed efficiente”

Secondo i dati Istat relativi al 2013, gli ultimi disponibili, poco meno del 20% delle persone tra i 15 e i 64 anni con una grave disabilità ha un impiego, contro il 55% del resto della popolazione. L’incidenza sale al 44% se si considerano anche le persone con limitazioni funzionali lievi, invalidità permanenti e malattie croniche gravi. Al tema dell’occupazione Superabile Inail, il mensile dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, dedica un numero monografico. Tra le voci che analizzano la questione da più punti di osservazione quella di Marco Musella docente di economia politica all’Università Federico II di Napoli e presidente di Iris Network, la rete nazionale degli istituti di ricerca sull’impresa sociale,che nell’intervista realizzata da Michela Trigari affronta le potenzialità offerte dalla riforma del terzo settore.

Quest’estate Parlamento e Governo hanno finalmente dato alla luce la riforma del Terzo settore, che raduna anche le disposizioni fiscali per gli enti senza scopo di lucro. Professore, ci può delineare un’analisi in merito?

La riforma del Terzo settore è stata molto importante e positiva, ma è ancora tutta da completare: mancano, infatti, circa 40 decreti attuativi. Il bicchiere però è mezzo pieno, perché si è aperta l’opportunità – per le imprese sociali e le altre organizzazioni non profit – di godere di un quadro normativo più di favore rispetto al passato. In sostanza al Terzo settore è stato riconosciuto non solo il suo valore sociale, ma anche quello economico e produttivo, di modello utile, proficuo ed efficiente: è una realtà che ha molto da dire sul tema delle disuguaglianze, dell’economia circolare e delle nuove tecnologie, in una prospettiva di sviluppo dal volto umano che sa valorizzare, proprio grazie alle tecnologie, meglio e di più le fragilità. Però vanno ancora sciolti molti nodi sui benefici fiscali, manca una chiarezza sul confine tra Terzo settore produttivo e non e ci sono alcune incoerenze anche tra i diversi decreti.

Negli sei ultimi mesi è nata anche la nuova norma sull’impresa sociale, categoria che comprende le cooperative e le società che esercitano un’attività di interesse generale, senza scopo di lucro e per fini civici, solidaristici e di utilità sociale: quali novità ha introdotto?

Il decreto ne ha ampliato il campo di azione, sono stati introdotti spunti per regolamentarla meglio e soprattutto ha previsto un Fondo per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali. Inoltre quest’anno il ministero dello Sviluppo economico ha stanziato 223 milioni di euro a supporto dell’economia sociale per l’erogazione di finanziamenti agevolati a sostegno dei programmi di investimento di imprese sociali, cooperative sociali e società cooperative con qualifica di onlus. Al di là della recente norma, poi, una nuova strada è rappresentata anche dalle start up innovative a vocazione sociale

In Italia l’impresa sociale è un fenomeno diffuso oppure stiamo parlando di una realtà di nicchia?

Direi che è abbastanza diffuso. Purtroppo, però, non siamo in grado di quantificarlo in modo preciso perché esiste una grossa carenza di dati: ci sono diverse fonti, più o meno affidabili, e comunque quasi sempre su segmenti specifici. Realtà come Isnet o Iris Network stanno cercando di colmare questa lacuna, provando a costruire banche dati più affidabili e aggiornate. Anche per questo il nostro nuovo rapporto uscirà nel 2018. Finora, comunque, il fenomeno dell’impresa sociale non ha fatto registrare cifre da capogiro in Italia, ancora meno al Sud; ciò anche a causa dei limiti della legislazione del 2005/2006. Luigi Bobba, sottosegretario al Lavoro, ha parlato di un settore che impiega oltre 540mila persone e genera più di 10 miliardi di euro in termini di valore annuo della produzione. Che opportunità di inclusione lavorativa ci possono essere per le persone disabili, alla luce della nuova legislazione? In Italia un ruolo fondamentale e innovativo è stato giocato sin dal 1991 dalle cooperative sociali di tipo B, quelle che si occupano di inserimento lavorativo delle persone svantaggiate: esse sono la dimostrazione vivente che è possibile costituire forme di impresa capaci di produrre beni o servizi valorizzando nello stesso tempo le persone, ivi comprese quelle con disabilità. È una buona prassi che andrebbe potenziata, soprattutto nel Mezzogiorno, dove non sono ancora molto sviluppate, perché trasforma un “problema” in una risorsa del sistema produttivo, evitando anche, o comunque riducendo significativamente, i costi dell’assistenza.

Fonte:  RedattoreSociale

(c.a. )


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 11 dicembre 2017
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