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lunedì 15 ottobre 2018
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La legge sul Dopo di Noi? È operativa solo in cinque regioni

Anffas ha fatto il punto sull’attuazione della legge 112/2016, a 18 mesi dalla sua entrata in vigore, confrontando i vari Piani regionali. Solo Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana, Marche e Molise hanno emanato i bandi per i progetti individuali. «L’attuazione va troppo a rilento, le famiglie rischiano di tornare a pensare che non cambi mai niente e che l’istituzionalizzazione sia la sola risposta possibile», afferma Roberto Speziale

Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Toscana, Marche e Molise: sono soltanto cinque le Regioni d’Italia in cui la legge sul Dopo di Noi è pienamente operativa, a un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore. Soltanto queste cinque regioni hanno emanato i bandi, chiudendo il cerchio delle misure attuative, mettendo i cittadini con disabilità nelle condizioni di presentare il proprio progetto individuale che punta alla deistituzionalizzazione, al supporto alla domiciliarità, allo sviluppo delle competenze per la gestione della vita quotidiana e chiedere che sia finanziato con il fondo per il Dopo di Noi. I primi a sapere se il loro progetto sarà o meno finanziato, accedendo di fatto per primi alle misure previste dalla legge per il Dopo di Noi, saranno i lombardi: la Regione Lombardia infatti ha scritto nero su bianco che entro il 31 dicembre 2017 chiuderà le valutazioni e dal 1° gennaio 2018 i nuovi percorsi partiranno, con il loro budget di progetto e un monitoraggio trimestrale. Anche le Marche hanno già chiuso la raccolta delle richieste, il Friuli Venezia Giulia è particolare perché ha raccolto i progetti non dalle singole persone fisiche ma dagli enti gestori.

È questa la panoramica dell’attuazione della legge 112/2016, realizzata da Anffas con pazienza certosina, tramite il confronto tra gli atti applicativi delle varie Regioni: la Relazione al Parlamento che entro il mese di giugno di ogni anno dovrebbe – secondo la legge stessa – fornire tutti i numeri, al momento non si è vista. Come non si è vista la campagna di informazione che la Presidenza del Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto fare.

La sintesi è che 18 mesi dopo quel 25 giugno 2016, quando la legge entrò in vigore, suscitando nelle famiglie l’aspettativa di una imminente svolta, la legge sul Dopo di Noi fatica ancora a decollare. Su 19 Regioni coinvolte (Provincia autonoma di Trento e Provincia autonoma di Bolzano in quanto a statuto autonomo hanno rinunciato da tempo al riparto delle risorse dei fondi nazionali, e la Provincia di Trento sta predisponendo un provvedimento nel solco della 112), tutte hanno emanato il piano attuativo regionale concordato con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e nessuna ha integrato i fondi nazionali con fondi propri, per ampliare la platea dei beneficiari. Di Veneto e Valle d’Aosta si sa dell’esistenza dell’atto direttoriale ma nulla si conosce dei contenuti, quindi esaminando le altre 17 regioni, la mappa che si disegna è la seguente: 9 regioni (Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Sicilia e Toscana) hanno emanato sia il piano attuativo regionale sia i successivi provvedimenti atti a rendere concrete le misure ma di queste solo 5 (quelle citate sopra) hanno anche emanato i bandi, chiudendo il cerchio. Le altre 8 (Abruzzo, Calabria, Lazio, Liguria, Puglia, Sardegna e Umbria) hanno emanato i piani attutivi regionali ma al 20 novembre non avevano ancora emanato gli atti seguenti, per l’attuazione delle misure.

«La forza della legge 112 è il cambio di prospettiva che introduce, ma la sua attuazione va troppo a rilento, il panorama a un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore fa emergere l’incapacità dell’infrastruttuta a recepire una norma, a garantire un diritto e a renderlo esigibile. Ormai si fa concreto il rischio che le famiglie, che vi avevano guardato con grandi aspettative, non vedendo succedere nulla, non vedendo realizzarsi le prospettive che la legge prevede, traggano la conclusione che la legge non serve e tornino a pensare che le uniche soluzioni possibili sono gli istituti o tenere i figli disabili a casa casa», sospira Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas, che ha presentato i dati il 1° dicembre, nel Convegno nazionale “Legge 112/16, dalle parole ai fatti. Gli atti applicativi delle Regioni a confronto”, organizzato in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità.

 

Entrando nel merito, fra le cinque diverse misure che la legge e il suo decreto attuativo indicavano come finanziabili, cosa hanno scelto le Regioni? «La misura che abbiamo visto ripresa da tutti gli atti regionali è la lettera a), relativa alla deistituzionalizzazione, tendenzialmente le regioni hanno destinato a questi percorsi il 25% delle risorse. Il 30% delle risorse è stato stanziato per la lettera b), cioè il supporto alla domiciliarità», spiega Speziale. La lettera c) riguarda i percorsi volti alla consapevolezza si attesta attorno al 10% delle risorse, con alcune regioni (Puglia, Marche e Sardegna ) che hanno scelto di non finanziare questi interventi perché già coperti dalle risorse per la vita indipendente. Il 32% del fondo è andato per la lettera d), le infrastrutture innovative, con avvisi pubblici regionali per associazioni e gruppi di famiglie che avviano soluzioni residenziali innovative e l’ultimo 5% per i ricoveri di sollievo e di emergenza, che doveva essere residuale e in effetti tali sono risultati. «L’aspetto positivo è che sembra sia stata recepita la scelta di finanziare progetti di vita, non muri. Tuttavia queste scelte conservano delle criticità, perché mancando una rilevazione del bisogno effettivo, questa ripartizione è aleatoria. Se prima non abbiamo i progetti individuali che identificano per ciascun cittadino il bisogno e i sostegni, stiamo costruendo il sistema al contrario», conclude Speziale.

La legge 112 ha fatto esplodere due evidenze: «la babele dell’attuazione territoriale, con ogni ambito che ha un sistema di valutazione a sé e il fatto che a diciassette anni dalla legge 328/2000 ancora non ci siano un’infrastrutturazione del territorio in grado di redigere i progetti di vita individuali previsti dall’art 14, che sono ciò da cui tutto deve partire. La Sicilia si è presa tre mesi di tempo per organizzare l’infrastruttura negli ambiti, significa ammettere che fin’ora non lo aveva fatto. Tutto questo però significa che il cittadino toscano, a parità di condizioni, avrà una valutazione diversa dal cittadino umbro, con esiti diversi nei sostegni. Come si può stendere il progetto di vita di un giovane e individuare i sostegni di cui ha bisogno partendo dai criteri di valutazione che si usano per gli anziani con demenza?», si chiede Speziale, che nel Convegno ha presentato una versione specifica di Matrici Ecologiche per la legge 112, uno strumento unico in Italia in grado di redigere i progetti di vita secondo la Convenzione Onu per le Persone con Disabilità. «Un progetto fatto male non solo rovina la vita di una persona, ma è inefficace sul piano delle risorse economiche e poiché le risorse della legge 112 sono poche, ci sono ambiti che hanno meno di 40mila euro, non possiamo permetterci di sprecarle sbagliando le valutazioni e i progetti».

 

Sul fronte dell’altra innovazione introdotta dalla legge 112, quella legata alle agevolazioni fiscali per trust, vincoli di destinazione, fondi speciali e assicurazioni, non esistono dati. L’osservazione empirica, confermata da Gianluca Abbate, consigliere nazionale del Consiglio del Notariato con delega al non profit, è che manca ancora la conoscenza degli strumenti. «Qualcosa comincia a muoversi, ma certo non nei numeri auspicati né in quelli stimati dalla legge». Sulle assicurazioni i dati si vedranno con la prossima dichiarazione dei redditi, ma un incentivo di massimo 41 euro non è certo tale da indurre le folle a stipulare un’assicurazione.

Sul fronte trust «abbiamo visto il notariato e molte parti professionali in campo, ma sul fronte famiglie personalmente non ho riscontri che qualcuno abbia dato esito alla costituzione di un trust, c’è molto interesse ma anche titubanza», commenta Speziale, «sono strumenti nuovi che hanno bisogno di essere spiegati, compresi, di sedimentazione. Per questo la campagna informativa sarebbe stata fondamentale. Noi stiamo lavorando sulla formula del trust collettivo, che permette il coinvolgimento di più famiglie con piccoli patrimoni, in questo modo in alcuni casi potrebbe diventare interessante. Ma ribadisco che la legge 112 non è questo, la 112 sono i progetti di vita, che vanno rafforzati ulteriormente».

La Relazione tecnica della Ragioneria di Stato, per calcolare le minori entrate, su questo fronte aveva previsto che 143mila soggetti avrebbero stipulato una polizza ex novo, per 20 milioni di euro di minori entrate Irpef e che 1.430 famiglie avrebbero fatto un trust nel 2017, per una perdita di gettito di 10 milioni annui. Numeri lontanissimi dalla realtà: la richiesta delle associazioni ora è che le cifre stanziate per dare copertura ai minori introiti legati a queste agevolazioni fiscali, che non ci sono stati, possano ora rimanere nella dotazione del Fondo per il Dopo di Noi, destinati però ai progetti individuali. Anche perché i progetti in partenza si appoggiano un una dotazione di 90 milioni, mentre il Fondo per le annualità successive è molto inferiore: «c’è bisogno di stabilizzare il Fondo a 90 milioni, per non correre il rischio di interrompere progetti avviati con la prima annualità», conclude Speziale.

Fonte. vita.it

(c.a.)


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 1 dicembre 2017
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