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sabato 30 maggio 2020
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Festività soppresse, assistenza ai disabili, retribuzione in mobilità e inabilità assoluta

I giorni di riposo per festività soppresse vanno goduti entro l’anno. Sulla base della legge 937/1977, i giorni di riposo per le festività soppresse devono essere fruiti esclusivamente nell’anno di riferimento e, conseguentemente, non è possibile in alcun modo la trasposizione di quelli maturati in un anno nell’anno successivo. Sono queste le conclusioni dell’Aran contenute nel parere Ral_1934_Orientamenti Applicativi del 30 maggio 2017, che afferma innanzitutto che le quattro giornate di riposo di cui alla legge 937/1977 sono state sostanzialmente assimilate alle ferie. Tuttavia, l’articolo 18 del Ccnl del 6 luglio 1995 non ha operato una equiparazione piena tra il regime delle 4 giornate di festività soppresse e quello generale delle ferie, dato che questa è limitata solo ad alcuni particolari profili della disciplina (maturazione di giorni nel corso dell’anno; importo dovuto al lavoratore in caso di mancata fruizione). Ciò troverebbe conferma nella circostanza che lo stesso articolo 18 prende in considerazione separatamente le ferie (commi 1-5) e i giorni di «riposo» corrispondenti alle festività soppresse (comma 6). Ma, a parere dell’Aran, ciò che rileva principalmente è che proprio l’articolo 18, comma 6, espressamente stabilisce che i giorni di riposo per festività soppresse sono «da fruire nell’anno solare ai sensi ed alle condizioni previsti dalla menzionata legge n. 973/77».

Concetto di «convivenza» per assistenza del disabile

«In tema di assistenza al familiare portatore di handicap il concetto di convivenza non può essere ritenuto coincidente con quello di coabitazione poiché in tal modo si darebbe un’interpretazione restrittiva della disposizione che, oltre che arbitraria, sembra andare contro il fine perseguito dalla norma di agevolare l’assistenza degli handicappati, di talché sarebbe incomprensibile escludere dai suddetti benefici il lavoratore che conviva costantemente, ma limitatamente ad una fascia oraria della giornata, con il familiare handicappato al fine di prestargli assistenza in un periodo di tempo in cui, altrimenti, di tale assistenza rimarrebbe privo». Questo il principio ribadito dalla Corte di cassazione penale, sezione II, con la sentenza n. 24470/2017, relativamente al ricorso di un medico, dipendente di una ASL, che aveva dichiarato di essere convivente con la madre affetta da grave disabilità ed aveva, pertanto, ottenuto dall’ente un congedo straordinario retribuito per l’assistenza alla parente (mentre, al contrario, risiedeva solo anagraficamente presso la madre, ma di fatto abitava in un’altra casa e presso il genitore svolgeva la sua attività libero-professionale). Per tale motivo, dunque, era stato condannato per il reato di truffa aggravata ai danni della Asl. La Corte ha però ritenuto che non poteva ritenersi di per sé falsa l’indicazione di essere convivente con la madre, in quanto non necessariamente incompatibile con la diversa dimora del soggetto con moglie e figli, né con la legittima fruizione del congedo di cui all’articolo 42, comma 5, del Dlgs 151/2001, giacché quel che rileva è, comunque, la prestazione di un’assistenza assidua e continuativa alla portatrice di handicap, fattispecie che nel caso in esame si era verificata.

Fonte: quotidianoentilocali

(l.v. / c.a. )

 

 


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 13 Giugno 2017
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