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lunedì 16 settembre 2019
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«Curiamo i disabili con lo sport», così l’Inail creò le Paralimpiadi

Negli anni ’50 Antonio Maglio, direttore del Centro paraplegici di Ostia, prova a usare l’attività fisica come antidoto alla depressione dei suoi pazienti. L’esperimento ha successo. Tanto da essere replicato ai Giochi di Roma del 1960.

Quando si spengono delle luci se ne accendono delle altre, per certi versi anche più luminose. Pochi giorni dopo la chiusura delle Olimpiadi, a Rio de Janeiro andrà in scena il grande show delle Paralimpiadi: 4.300 campioni provenienti da 176 Paesi si sfideranno in 23 discipline, con le due novità della canoa e del triathlon. Uno spettacolo d’eccezione per l’Italia.

Non solo perché le speranze di medaglie azzurre sono molte, con 94 atleti (38 donne e 56 uomini) impegnati nelle competizioni, dal più celebre Alex Zanardi – ex pilota che dopo la perdita di entrambi gli arti si è reinventato ciclista paralimpico – alla portabandiera Martina Caironi, 26enne bergamasca campionessa mondiale ed europea nei 100 metri della categoria T42 (quella che raggruppa gli atleti con la sua stessa disabilità). Ma perché i Giochi pensati per atleti con disabilità fisiche sono frutto dell’intuizione di un italiano visionario ma poco noto, il neuropsichiatra Antonio Maglio, all’epoca direttore del Centro paraplegici dell’Inail di Villa Marina a Ostia. Fu lui, negli anni ’50, ad avviare una vera e propria rivoluzione sportiva, scientifica e culturale nel modo di curare i disabili.

«All’inizio il Centro era destinato solo agli infortunati sul lavoro ma piano piano grazie alla sua intuizione si allargò a tutti i disabili e paraplegici», racconta a pagina99 il professor Vincenzo Castellano, prima collega e poi successore di Maglio alla guida del Centro Inail. Nei primi anni ’50 la disabilità in Italia era vista con pregiudizio. Maglio, così come Franco Basaglia per le malattie mentali, ha rivoluzionato le metodologie terapeutiche e la concezione stessa di disabilità. «È certamente lui il padre italiano della sport terapia», spiega a pagina99 Giampiero Merati, medico sportivo e docente all’Università degli Studi di Milano. «Sport e terapia sembrano due parole antitetiche. La sua intuizione è stata quella di metterle insieme e realizzare un intervento precoce in grado di spezzare il circolo vizioso che quasi sempre dalla disabilità porta alla sedentarietà, all’obesità e alla depressione. La filosofia di fondo è che lo sport sia un grande farmaco».

Maglio si ispirò al lavoro del neurologo inglese Ludvig Guttmann, che a Stoke Mandeville aveva cominciato nell’immediato dopoguerra a inserire lo sport nella terapia riabilitativa dei reduci, organizzando ogni anno competizioni sportive internazionali per veterani. È seguendo questo modello che nel 1954 a Ostia si svolge un primo torneo di scherma per disabili. E nel 1960, in corrispondenza delle Olimpiadi di Roma, Maglio riesce addirittura a organizzare la prima edizione delle Paralimpiadi, riconosciuta ufficialmente come tale solo nel 1984 dal Comitato Olimpico.

«Il grande merito di Maglio è quello di essere riuscito a far capire l’importanza dell’attività sportiva per tutti i pazienti», dice Castellano. «Li trattava con grande professionalità ma anche con grinta perché voleva che tutti facessero attività fisica. È stato un lavoro eccezionale non solo dal punto di vista medico ma anche dal punto di vista sociale e culturale». Gli effetti positivi della sport terapia sono sia fisici sia psicologici, spiega Merati. «Lo sport è il grimaldello attraverso il quale dare nuove motivazioni necessarie affinché il paziente non entri in una spirale negativa che colpisce il cuore, i muscoli ma anche la mente. Lo sport allena tutte queste cose insieme». E sotto questo aspetto, l’inserimento della componente agonistica è un passo ulteriore.

«La competizione aumenta le motivazioni e dunque l’impegno del paziente a stare in forma», spiega Merati. «Con la competizione agonistica il disabile si emancipa completamente perché non solo recupera la propria funzionalità mentale e fisica ma diventa anche in grado di metterla in campo per competere sportivamente con altre persone che vivono il suo stesso tipo di condizione». Lo sport diventa un progetto di vita che rende più efficace il processo di riabilitazione. Per questo, come ha raccontato in alcune interviste la moglie Stella, Maglio insisteva molto coi pazienti e «li trattava senza un briciolo di pietismo. Non era ammissibile per lui che qualcuno si rifiutasse di fare gli esercizi».

E così, persone che dopo gravi incidenti pensano di non potersi più muovere, si ritrovano in una palestra, in una pista di atletica o in un campo da basket. «Ma è come nello sport per le persone senza disabilità», avverte Merati. «Non tutti poi arrivano alle Paralimpiadi. Per farcela ci vogliono un lavoro e un allenamento eccezionali che in pochi riescono a portare avanti. L’importante è che tutti facciano attività fisica ma non si può pensare che poi tutti lo faranno in maniera agonistica o diventeranno campioni paralimpici».

La cosa fondamentale, «la più difficile», prosegue Merati, «è quella di centrare la finestra terapeutica corretta, cioè prescrivere la dose corretta di attività sportiva al paziente. Per questo ciò deve avvenire soprattutto all’inizio in un ambiente protetto e con figure professionali». Al termine del processo riabilitativo entrano in gioco le motivazioni individuali e le società presenti sul territorio. «È fondamentale creare un network, in alcuni casi già esistente, tra medico di base e le associazioni sportive per incentivare e facilitare la continuazione dell’attività fisica», dice Merati. Nel frattempo l’intuizione di Maglio è già realtà. Questa estate a Rio quando si spegneranno delle luci se ne accenderanno delle altre, per certi versi anche più luminose.

Fonte: pagina99.it

(m.p.)


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 5 Agosto 2016
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