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giovedì 15 novembre 2018
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Detenuti disabili: interventi personalizzati e caregiver formati nel carcere che verrà

Intervista a Paola Montesanti, direttore dell’Ufficio Sanità del Dap  (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ndr): “Troppo costoso creare un sistema di rete dei reparti, cerchiamo soluzioni di volta in volta”. Si punta sulla formazione di detenuti caregiver”.carcere

ROMA. “Quando parliamo di disabili in carcere non parliamo di detenuti con patologie, ma con limitazioni. Non pensiamo alle patologie perché di quelle si occupa il servizio sanitario nazionale, noi lavoriamo per creare le condizioni idonee affinché queste persone possano esercitare i loro diritti, vivere una vita decorosa in istituto, entrare in relazione con Inps e comuni, riuscire a districarsi tra le pratiche richieste per il riconoscimento delle indennità, ad esempio quella per l’accompagnamento. E’ un passaggio importante perché sposta il piano dalla patologia alla relazione con l’ambiente”.

Paola Montesanti, direttore dell’Ufficio IV “Servizi sanitari”, della direzione generale detenuti e trattamento del Dap, è il dirigente penitenziario che dal 2011 si occupa di carcere e disabilità. Seguendo le indicazioni arrivate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, il suo ufficio ha sperimentato con successo la nuova metodologia di lavoro e ha offerto una linea che ora il Dap sta diffondendo in tutti gli istituti. “Nel 2012 abbiamo avviato in alcuni istituti di pena una serie di progetti per raggiungere questo obiettivo – spiega – I risultati sono stati ottimi, abbiamo visto che si può fare. Ora stiamo estendendo questa esperienza al resto d’Italia”.

Quali sono stati i primi passi?

Visto il successo della sperimentazione, prima di tutto abbiamo chiesto un monitoraggio della situazione nazionale sia per avere i numeri delle presenze che per sapere se queste persone sono collocate adeguatamente in base ai criteri indicati dalla Cedu (ndr. Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali) che, pur condannando l’Italia, non è stata severa e ci ha dato tempo per trovare soluzioni e intervenire. Una volta avuto il quadro nazionale, abbiamo iniziato a concretizzare le indicazioni europee in alcuni istituti. Poi abbiamo invitato i Provveditori regionali a predisporre sistemi di informazione tempestiva sugli ingressi in carcere e di monitoraggio permanente di queste presenze. In questo modo sarà possibile verificare la condizione detentiva e, se la situazione lo richiede, di modificarla senza ritardo. La Corte europea ritiene che sia un fattore importante da considerare il tempo, durante il quale un individuo è stato detenuto in condizioni inidonee e che la detenzione di una persona con disabilità motoria in un istituto in cui non può spostarsi con propri mezzi, durata a lungo, costituisca un trattamento degradante.

Come cambia il sistema?

Non potendo creare un sistema di rete dei reparti per disabili, perché comporterebbe un investimento importante, cerchiamo soluzioni di volta in volta, possibilmente nella regione di residenza per garantire i legami familiari e, soprattutto, una continuità terapeutica attraverso le strutture sanitarie che prenderanno in cura la persona quando sarà libera. In questo senso è importante evitare trasferimenti.

Come si struttura l’intervento sul detenuto con disabilità?

L’intervento va personalizzato il più possibile, anche per quanto riguarda il trattamento rieducativo teso a favorire l’occupazione lavorativa e l’accesso alle strutture sociali diurne o residenziali per disabili o agli altri servizi territoriali. Dobbiamo garantire alloggi adeguati e disponibilità di caregiver formati, con corsi organizzati dal servizio sanitario nazionale. Abbiamo già avuto un’esperienza concreta al Policlinico di Bari che ha organizzato il primo modulo per 80 detenuti con 8 step di diversa intensità.

Si acquisisce anche una specializzazione spendibile una volta liberi?

Sì. Formando caregiver specializzati centriamo tre obiettivi: garantiamo l’assistenza ai detenuti disabili, diamo lavoro in carcere (retribuito come quello dei piantoni) e consentiamo ai caregiver di acquisire le competenze per diventare operatori socio assistenziali una volta liberi. Attraverso queste lezioni, infatti, i detenuti potranno essere assunti come addetti all’igiene, alla pulizia e all’accompagnamento dei pazienti.

La circolare dice che “l’amministrazione penitenziaria ha il compito di garantire ambienti adeguati alle limitazioni funzionali della persona”. Avete già individuato gli istituti in cui intervenire? Quanto costerà l’adeguamento?

Gli adeguamenti sono appena stati avviati e dove sono avvenuti i costi sono stati contenuti. Al carcere di Opera, per esempio, con un piccolo intervento di 20 mila euro abbiamo dotato stanze e bagni di maniglioni. Ci sono strutture nuove, ad esempio a Catanzaro e Massa, che non sono partite perché hanno problemi di impiantistica. Nel frattempo, col passaggio delle competenze della sanità penitenziaria al servizio sanitario nazionale, il completamento delle opere ha subìto un rallentamento. Ma stiamo lavorando per sbloccare la situazione. Per altri interventi sarà utile l’indicazione degli esperti. Negli istituti in cui sono presenti ad esempio detenuti non vedenti abbiamo suggerito alle direzioni di rivolgersi al strutture specialiste della città per acquisire indicazioni specifiche sui segnali tattili di orientamento. Non è possibile dare una soluzione di carattere generale perché ogni detenuto è diverso dall’altro. C’è chi presenta problemi congeniti, chi disabilità intervenute nel tempo, chi danni fisici da ferite da arma da fuoco. Per ognuno di loro va trovata la soluzione personalizzata. Visto che non sono tantissimi, quando chiedono aiuto cerchiamo al meglio di orientare le soluzioni.

Fonte: redattoresociale.it


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 27 aprile 2016
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